Author Archives: Anna Cantagallo

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    Amici. Svelata l’importanza dei amici per la salute e il benessere

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    Amici. Andrea De Carlo, scrittore e musicista, dice “Nell’amico c’è qualcosa di noi, un nostro possibile modo di essere, il riflesso di una delle altre identità che potremmo assumere”. Gli amici sono quelle persone che portano molta positività nelle nostre vite e che ricoprono un ruolo speciale nel nostro cuore. Crescendo, impariamo quanto gli amici possano influire nel nostro percorso di vita e quanto possano essere importanti per noi; ma ci siamo mai chiesti quanto possano esserlo per la nostra salute futura? Sane e profonde  amicizie costruite da bambini risultano essere fondamentali per l’integrazione sociale da adulti.

    amiciIl legame tra i rapporti amicali e la nostra salute in età adulta è stato indagato in uno studio dalla Texas Tech University, pubblicato poi su Psychological Science (http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0956797617746510 ). Nei risultati emersi dalla ricerca è emersa una significativa correlazione tra una miglior salute durante l’età adulta e la frequentazione con amici durante il periodo infantile. Per arrivare a tale conclusione, i ricercatori hanno analizzato i dati del Pittspurgh Youth Study, uno studio longitudinale che segue fino all’età adulta, i ragazzi che hanno frequentato scuole pubbliche della cittadina della Pennsylvania, in particolare esaminando 267 di loro. I genitori riferivano il tempo che i propri figli trascorrevano con i loro amici, inoltre ogni settimana, a partire dai sei anni e proseguendo fino ai 16 anni, si consideravano anche caratteristiche personali come l’essere o meno estroversi, la salute nell’infanzia e fattori familiari e ambientali.

    “Sebbene non si trattasse di un esperimento – spiega Jenny Cundiff, una delle ricercatrici – è uno studio longitudinale ben controllato che fornisce un indizio forte sul fatto che essere socialmente integrati nella prima fase della vita è positivo per la nostra salute, indipendentemente da una serie di altri fattori come la personalità, il peso nell’infanzia e lo stato sociale della famiglia nei primi anni di vita”. Quindi negli adulti, una maggiore integrazione sociale è anche legata a un ridotto rischio di malattie cardiovascolari (inclusa l’ipertensione), così come in modo simile, al rischio cardiovascolare durante l’infanzia e l’adolescenza.

    Quindi chi ha passato più tempo nella prima fase di vita insieme agli amici, tende ad avere una più bassa pressione arteriosa e un indice di massa corporea (Bmi) inferiore all’età di 30 anni. Variabili fondamentali per essere in ottima salute.

    Se pensi che a livello di rapporti interpersonali tu sia carente, ad esempio non riesci a creare e a mantenere amicizie solide, oppure a stabilire un contatto sereno con gli altri, è possibile incrementare le proprie capacità empatiche e sviluppare le strategie per potersi relazionare adeguatamente con gli altri, che siano familiari, amici, compagni di scuola o colleghi. BrainCare offre un programma appositivo, il Training Emotivo o Emotion Fitness orientato alla gestione delle emozioni, dello stress e del tempo. Puoi trovare maggiori informazioni al link: http://www.braincare.it/palestra-emozionale.

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    Obesità. Una bilancia interna può aiutare a combatterla

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    Obesità. Una pericolosa condizione da cui la medicina ci mette in guardia, ma allo stesso tempo, se non prendiamo le giuste precauzioni, la direzione verso cui siamo spinti da questa la società. La disponibilità e la convenienza di “cibi spazzatura” insieme alla sedentarietà a cui siamo costretti dal lavoro di oggi, infatti, sono i principali cause dell’obesità. Può essere considerata la patologia tipica del mondo occidentale e in generale delle società del benessere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, stabilisce i criteri per determinare lo stato di obesità attraverso l’Indice di Massa Corporea (IMC), che mette a rapporto la massa espressa in chilogrammi e il quadrato dell’altezza espressa in metri. Per essere normopeso, bisogna avere un IMC compreso tra 18,50 e 24,99. I valori al di sotto di questa soglia definiscono i soggetti sottopeso e gravemente sottopeso (IMC < 16), mentre i valori al di sopra di 24,99 definiscono i soggetti sovrappeso (25 < IMC < 29,99), con obesità moderata (30 < IMC < 34,99), con obesità grave (35 < IMC < 39,99) e con obesità gravissima (IMC ≥ 40).

    obesità

    Come agisce il nostro organismo in risposta a un aumento di peso? L’obiettivo del nostro corpo è di mantenere l’omeostasi, questo significa che il nostro organismo risponde all’aumento o alla riduzione del tessuto adiposo producendo un ormone, la leptina. Questo ormone viene prodotto dal tessuto adiposo e inviato all’ipotalamo, nel Sistema Nervoso Centrale, deputato al controllo del peso, della fame, della temperatura corporea. Se viene registrato un aumento di massa grassa, la secrezione di leptina aumenta per comunicare all’ipotalamo che bisogna ridurre l’apporto di cibo; la leptina riduce il senso di fame e aumenta la produzione di energia per mantenere il peso corporeo costante, contribuendo così al mantenimento dell’omeostasi. Ma un po’ di massa grassa è necessaria, altrimenti non riusciremmo a controllare la nostra temperatura corporea! Ecco perché la leptina non è prodotta quando si registra una riduzione di massa grassa, così da comunicare all’ipotalamo che è necessario aumentare l’assunzione di cibo.

    Finora, l’unico regolatore omeostatico della massa grassa conosciuto è la leptina. Alcuni ricercatori della Sahlgrenska Academy, University of Gothenburg, Svezia, hanno ipotizzato l’esistenza di un secondo regolatore del peso corporeo, indipendente dalla leptina. Nel loro studio (http://www.pnas.org/content/115/2/427.full), pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), i ricercatori hanno trovato prove dell’esistenza di una sorta di bilancia interna che contribuirebbe a tenere il nostro peso corporeo sotto controllo. Il peso corporeo verrebbe, infatti, registrato negli arti inferiori: “Se tende ad aumentare, viene inviato un segnale al cervello per ridurre l’assunzione di cibo e mantenere costante il peso”, spiega John-Olov Jansson, professore alla Sahlgrenska Academy.

    Lo studio è stato condotto su roditori obesi che i ricercatori hanno reso artificialmente più pesanti caricandoli di pesi extra. Gli animali hanno perso peso quasi quanto il peso artificiale. I pesi extra hanno consentito non solo la riduzione del peso corporeo ma anche un miglioramento dei livelli di glucosio nel sangue. Questo sistema regolatore della massa grassa è il primo nuovo sistema ad essere individuato dopo la scoperta della leptina, avvenuta 23 anni fa in America. I ricercatori hanno concluso, quindi, che la leptina non potrà costituire l’unica forma di trattamento dell’obesità. Infatti, il professore Claes Ohlsson della Sahlgrenska Academy, Gothenburg University, sostiene: “Il meccanismo che abbiamo identificato regola la massa grassa corporea indipendentemente dalla leptina, ed è possibile che la leptina unita all’attivazione della bilancia corporea interna possa diventare un trattamento efficace per l’obesità”. Inoltre il ricercatore sottolinea che la bilancia interna funzionerebbe soltanto quando siamo in piedi. “Noi crediamo che la bilancia corporea interna offra una misura inaccuratamente bassa quando si è seduti. Di conseguenza, si tende a mangiare di più e a prendere peso”, afferma Claes Ohlsson. Ecco perché la sedentarietà ci fa ingrassare!

    “Pensiamo alle condizioni, cliniche e non, di un uomo che aumenta il suo peso, anche in assenza di aumento di massa grassa o massa muscolare: l’inserimento di una protesi, o la necessità di un apparecchio gessato o di un tutore. Sono tutte situazioni che attivano, come nei roditori della ricerca, la nostra bilancia interna, e che ci permettono di ri-equilibrare il nostro peso globale (corpo + introduzione di un oggetto esterno nello schema mentale del nostro corpo).” descrive Anna Cantagallo, medico neurologo e fisiatra, direzione scientifica del centro clinico e di ricerca BrainCare.

    Se stai pensando di dimagrire perché credi di essere in una condizione di sovrappeso/obesità, sappi che presso BrainCare puoi trovare i Programmi BrainFood che, oltre a permetterti di raggiungere il tuo peso forma e rimodellare il tuo corpo, ti consente anche di acquisire la consapevolezza e i comportamenti necessari a mantenere il peso nel tempo e a raggiungere uno stato di benessere fisico e psicologico, anche attraverso i piaceri della tavola. Puoi trovare maggiori informazioni al seguente link: http://www.braincare.it/palestra-nutrizionale/.

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    umore

    Umore. Gli amici contagiano il nostro stato d’animo

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    Umore.  Il contagio sociale non è cosa nuova nel campo della psicologia. Infatti già Le Bon agli inizi del 1900 diceva che il contagio sociale traduce l’idea che le emozioni e le opinioni si comunicano e, quindi, si moltiplicano e si rafforzano. Questo concetto mostra che i fenomeni sociali non sono dovuti soltanto all’imposizione, ma anche alla forza di adesione degli individui ad alcuni valori od opinioni. Il contagio sociale definisce quindi la tendenza ad imitare un modello di comportamento ed è una cosa che negli animali, e quindi nell’uomo, avviene in modo naturale.

    In un recente studio, pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science (http://rsos.royalsocietypublishing.org/content/4/9/170336), un team di ricercatori dell’Università di Warwich  ha deciso di approfondire questo argomento. Nella ricerca, Rob Eyre e il suo team, hanno esaminato e studiato se i singoli componenti dell’umore  di una persona possano essere influenzati dall’umore degli amici che la circondano.

    Per la raccolta dei dati I ricercatori hanno preso in esame un campione di 2.194 ragazzi, reclutati attraverso  uno studio denominato National Longitudinal Study of Adolescent to Adult Health, che comprende informazioni sulle reti di amicizie e l’umore degli adolescenti nelle scuole degli Stati Uniti.umore

    Nell’analisi  sono stati utilizzati i dati relativi alle due onde dell’indagine promossa da Add Health, che sono state eseguite a 6 e 12 mesi di distanza.  Lo stato dell’umore di ciascun partecipante è stato misurato usando il punteggio CES-D (Center for Epidemiological Studies Depression Scale) calcolato da un insieme di  18 domande. Queste, associate ad una scala, hanno assegnato un valore numerico ad ogni individuo da 0 a 54, dove un punteggio alto indicava un peggior stato d’animo. Per analizzare i singoli sintomi depressivi, i ricercatori hanno diviso il punteggio totale CES-D in sottoscale associate a ciascun sintomo depressivo: anedonia (perdita di interesse), appetito povero, scarsa concentrazione, disforia (tristezza), impotenza, stanchezza e inutilità.

    Nel caso dell’umore globale (ossia del punteggio complessivo CES-D) è risultato che sia lo stato crescente che quello decrescente dell’umore del singolo dipendono dagli stati d’animo degli amici. Ciò porta alla conclusione che, per gli adolescenti degli Stati Uniti, avere molti amici con un umore basso implica più probabilità di peggiorare che di migliorarle il proprio stato d’animo, e viceversa per gli amici con umore migliore. I risultati danno quindi supporto al fatto che l’umore sia influenzato socialmente.

    Più approfonditamente i ricercatori hanno compreso che l’umore “migliore” è contagioso per spingere gli individui oltre il confine, da depresso a non depresso, mentre l’umore “peggiore” non è sufficientemente contagioso per spingere gli individui a diventare depressi. Di conseguenza, non sono state trovate caratteristiche socialmente contagiose per la depressione (anche se anedonia e impotenza hanno dimostrato essere abbastanza influenti nelle persone circondate da amici con questi sintomi).

    Insomma, è meglio circondarsi di persone sorridenti e ottimiste se si vuole stare bene o aumentare il proprio buonumore, affrontando la vita al massimo delle proprie risorse positive. Questi ed altri meccanismi, sono importanti anche per comprendere in che modo possa avvenire questa diffusione delle emozioni, soprattutto in un’età fragile come quella dell’adolescenza e dare quindi il via a studi più specifici sull’argomento.

    E tu, pensi di essere impacciato nella regolazione delle tue emozioni, sociali e non? Vieni a trovarci in BrainCare, ti insegneremo delle tecniche efficaci per imparare a gestirle e canalizzarle verso i tuoi obbiettivi personali! Non lasciarti travolgere,

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    Dolori fisici. Ruolo nelle attività quotidiane, diffusione geografica e per fasce d’età

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    Dolori fisici. Chi può affermare di non aver mai avuto alcun problema fisico che gli abbia causato anche una minima sensazione di dolore? Nessuno, ma il quadro della sintomatologia algica in Italia è stato oggetto di studio e i dati emersi risultano essere interessanti.

    In un’indagine ISTAT (https://www.istat.it/it/archivio/204655) condotta nell’arco di quattro settimane nel 2015 e resa pubblica nel 2017 è emerso che una parte di italiani molto più consistente di quanto si possa immaginare soffre per dolori fisici.

    Precisamente 20 milioni di italiani dichiarano di aver avuto qualche acciacco nell’arco del mese in cui l’indagine è stata svolta e per 5 milioni di loro il dolore è stato anche di entità “forte o molto forte”.

    Nel momento in cui il dolore fisico si presenta ed è persistente ha certamente degli effetti poco piacevoli nella quotidianità della persona che li sperimenta: in questa indagine emerge che il 29.7% degli italiani subisce un effetto lieve da parte del dolore, il 28.7% un effetto moderato e il 14,3% un effetto “grave o molto grave” di tale condizione.

    Inoltre, a soffrire maggiormente sono le donne che dichiarano nel 45.6% dei casi di essere afflitte da dolori mentre gli uomini lo affermano solo nel 32.5%.dolori fisici

    L’intensità del dolore percepito varia anche in base alla regione, al reddito e al livello d’istruzione oltre che per età.

    La Sardegna e l’Umbria risultano essere le regioni d’Italia in cui il dolore fisico è maggiormente percepito con percentuali pari rispettivamente al 15.2% e 12.6%; le fasce di popolazione con reddito minore riportano con percentuali più alte la sofferenza fisica delle fasce con reddito maggiore; il dolore influisce di più nell’attività lavorativa se il livello di istruzione è alto e la sofferenza è di lieve entità, mentre se è “forte o molto forte” influisce maggiormente nei soggetti con livello d’istruzione basso; infine, gli over65 sono i più colpiti da dolori fisici con picchi del 59.1%.

    Il dolore fisico risulta essere una problematica molto diffusa e degna di maggiore attenzione per il fatto che ha delle ripercussioni in alcuni casi anche significative nella vita quotidiana e lavorativa costituendo quindi un fattore limitante.

    L’approccio al dolore cronico è sia farmacologico che riabilitativo, associato a programmi di  prevenzione e di elaborazione della componente soggettiva del dolore. Soltanto un team specializzato e interprofessionale di fisioterapisti, medici e psicologi  ti aiuteranno nella valutazione e nella diagnosi e soprattutto nel trattamento del dolore cronico.  Ti aspettiamo o aspettiamo la persona che tu conosci e alla quale consiglierai il nostro team!


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    Linguaggio. Ricordare le parole attraverso il midollo spinale

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    Linguaggio. Ormai dalla fine dell’Ottocento si è compreso che l’“area di Broca” e l’“area di Wernicke” sono coinvolte nel processo della produzione e della comprensione del linguaggio. La prima è identificata dall’omonimo neurologo che ha seguito un paziente che era incapace di parlare e che, sebbene circa comprendesse quanto gli veniva detto, riusciva a pronunciare solamente la sillaba “tan”, da cui il nome di Monsieur Tan con cui ad oggi il paziente è conosciuto. Dopo l’autopsia si è scoperto che Monsieur Tan presentava un danno organico al piede della terza circonvoluzione frontale dell’emisfero sinistro, che oggi prende appunto il nome di Area di Broca. L’area di Wernicke, invece, si trova nel lobo temporale superiore dell’emisfero sinistro, precisamente nella parte posteriore dell’area 22 di Brodmann; essa è coinvolta nella comprensione del linguaggio parlato, infatti, i pazienti con una lesione in quest’area parlano in maniera scorrevole ma senza un senso logico, in quanto non comprendono ilsignificato delle parole. Le due aree son connesse tra di loro dal fascicolo arcuato.linguaggio

    Da qualche tempo si è però compreso che le skills linguistiche comprendono altre zone del cervello – sia a livello subcorticale che corticale – e che sono determinate da una rete ampliamente distribuita nel cervello. A livello di terapia, l’ incapacità di esprimersi mediante la parola o di comprenderne il significato (che in gergo medico viene riassunto nella parola “afasia”), viene tradizionalmente riabilitata attraverso un’elettrostimolazione delle aree integre per favorire il più possibile il recupero della funzione andata persa. Per questa tipologia di intervento specifico sono però necessari dei macchinari di ultima generazione, necessari per localizzare le esatte parti del cervello danneggiate: una terapia difficile, costosa e quindi non accessibile a tutti. Un recente studio comparso su Frontier of Neurology (http://journal.frontiersin.org/article/10.3389/fneur.2017.00400/full) ha deviato la sede dell’intervento riabilitativo passando dal sistema nervoso centrale a quello periferico e agendo sempre attraverso la stimolazione. Più precisamente è stato indagato se il linguaggio possa essere immagazzinato e riattivato grazie a varie aree cerebrali,  tra queste una potrebbe riguardare il significato semantico delle parole o dei verbi. Diverse linee di prove avevano già suggerito che la corteccia senso-motoria partecipa all’elaborazione linguistica quando il linguaggio è tradotto in atti senso-motori. Ad esempio, grazie a studi passati si era compreso che quando le persone ascoltavano descrizioni di azioni, i neuroni somato-sensoriali, motori e premotori venivano attivati come se stessero eseguendo realmente le azioni corrispondenti. Insieme a questa visione più amplia di elaborazione linguistica, anche il concetto tradizionale di midollo spinale  è stato rivoluzionato da un gran numero di prove che han dimostrato che questa struttura acquista e memorizza anche nuovi comportamenti, mentre un tempo si pensava producesse “solamente” una varietà di movimenti specializzati ed era infatti considerato come un sistema che risponde automaticamente ai comandi che scendono dal cervello e agli ingressi sensoriali dalla periferia.

    Per dimostrare questa teoria, l’università Federico II di Napoli ha finanziato uno studio che comprendeva ​​14 afasici cronici per verificare se l’effetto combinato della stimolazione transcutanea della corrente continua spinale (tDCS) e del trattamento linguistico per il recupero di verbi e sostantivi potesse essere una terapia efficace. Per comprenderlo ogni soggetto è stato sottoposto a 20 minuti di tDCS con un’intensità di 2 mA, sopra le vertebre toraciche in tre condizioni diverse:  anodico,  catodico e  sham. Nel complesso,  i risultati hanno mostrato un significativo miglioramento della denominazione dei verbi nella condizione anodica rispetto alle altre due condizioni, che persisteva anche una settimana dopo la fine del trattamento (non esistevano invece differenze significative nel recupero dei nomi). Probabilmente questo è accaduto perché il tDCS anodico potrebbe influenzare l’attività lungo le vie somato-sensorie spinali ascendenti, portando dei cambiamenti neurofisiologici nelle aree senso-motorie cerebrali che a loro volta attivano il recupero dei verbi. Questi risultati supportano ulteriormente l’evidenza che, a causa delle loro proprietà semantiche senso-motorie,  le parole d’azione sono in parte rappresentate nella corteccia senso-motoria. Inoltre, documentano, per la prima volta, che la tDCS applicata al midollo spinale migliora il recupero dei verbi in afasia cronica e può rappresentare un promettente strumento per il trattamento e la riabilitazione linguistica.

    Anche tu sei interessato ad un percorso riabilitativo del linguaggio per tuo conto o per una persona a te cara? Vieni a trovarci! Qui aBrainCare potrai trovare gli strumenti valutativi del tuo livello di comprensione e espressione del linguaggio oltre che validi training riabilitativi personalizzati, anche con tDCS. Non esitare, ti aspettiamo!


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    autismo

    Autismo. I maggiori fattori di rischio risiedono nella genetica

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    Autismo. L’autismo è un disturbo di natura biologica dovuto a dei deficit di origine neurologica che solitamente si manifesta entro il terzo anno di età. L’incidenza di questa patologia presenta percentuali maggiori nei maschi che nelle femmine e i sintomi si manifestano con gravi alterazioni nelle aree dell’interazione sociale, dell’immaginazione e della comunicazione verbale e non verbale. Inoltre, nella maggior parte dei casi, le persone con autismo presentano problemi comportamentali che nei casi più gravi consistono in atti ripetitivi (stereotipie, autolesionismo ecc.), anomali, auto o etero-aggressivi. Per quanto riguarda i cambiamenti nell’anatomia cerebrale sono state riscontrate anomalie strutturali  a cervelletto, ippocampo, amigdala, setto e corpi mammillari, e anomalie a livello di neurotrasmettitori  quali serotonina e beta-endorfine.

    La comunità scientifica ha da sempre dei dubbi nell’individuare la patogenesi dell’autismo (Autism Spectrum Disorder ASD). Da tempo però, nonostante sia diffusa la convinzione che le cause siano di tipo multifattoriale, si crede che le influenze genetiche e ambientali abbiano un certo peso.

    Un recente studio ha voluto prendere in analisi le cause dell’autismo per valutare il rischio biologico e ambientale di questa patologia, dando vita a ad una delle più grandi ricerche longitudinali sulla popolazione. Un’analisi pubblicata in JAMA nel 2014, che aveva coinvolto decine di migliaia di fratelli e fratellastri nati in Svezia tra il 1982 e il 2006, ha inizialmente stimato che l’ereditarietà dell’autismo o il rischio di sviluppare il disordine se è stato diagnosticato ad un membro della propria famiglia, fosse del 50%. Il nuovo team guidato da Sven Sandin della Scuola di medicina Icahn al Monte Sinai ha però riferito di aver riesaminato i dati di  quello studio – frutto di 37.570 coppie di gemelli, 2.642.064 coppie di fratelli (non gemelli), 432.281 coppie di fratelli con stessa madre e padre diverso, 445.531 fratelli con stesso padre ma madre diversa, e 14.516 con diagnosi di autismo nell’intero campione – utilizzando un nuovo metodo che credono offra un risultato più accurato. Il team ha analizzato i dati due volte ad una settimana di distanza utilizzando metodi diversi e comprendendo che il problema nelle diverse conclusioni è dato dal fatto che le stime di ereditarietà sono sensibili alla scelta dei metodi.

    Nello studio iniziale infatti (http://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/2654804 ), i ricercatori di Icahn e l’Istituto Karolinska in Svezia hanno utilizzato un set di dati che hanno tenuto conto di qualcosa che si chiama “effetti a tempo determinato” che può aver ridotto la stima di ereditabilità.

    autismo

    La settimana successiva invece la squadra ha riesaminato i risultati  (http://library.med.nyu.edu/cgibin/Shibboleth_ezp_ds.plentityID=NYULMCezpProdEntityID&return=https%3a%2f%2flogin.ezproxy.med.nyu.edu%2fShibboleth.sso%2fDS%3fSAMLDS%3d1%26target%3dezp.2aHR0cHM6Ly93d3cubmNiaS5ubG0ubmloLmdvdi9wdWJtZWQvMjQ3OTQzNzA-), tornando ai dati di studio e ha testato diversi modelli che includevano o escludevano determinati parametri genetici e ambientali per trovare quello che meglio si adattava ai dati.  Utilizzando alla fine il modello ritenuto più adatto, che includeva solo parametri aggiuntivi genetici e ambientali non condivisi dai fratelli, il team ha stimato l’ereditarietà dell’ASD all’83%. Ciò suggerisce che l’influenza ambientale contribuisce solo il 17 % al rischio di sviluppare il disturbo.

    Anche se gli autori hanno dichiarato che grazie alla metodologia più precisa la loro stima del rischio aggiornata sia più accurata, hanno aggiunto che è importante notare che sia le loro analisi attuali che precedenti hanno rilevato che l’ereditarietà dell’autismo fosse elevata e che, il rischio di sviluppare il disturbo, aumenta notevolmente con il crescere  della correlazione genetica.

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    settimana

    Settimana Mondiale del Cervello: alla scoperta delle Neuroscienze

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    Settimana. La Settimana Mondiale del Cervello è una campagna mondiale , che si svolge una settimana all’anno, che ha come scopo quello di diffondere le nuove scoperte neuroscientifiche, in modo da poter favorire il progresso e la ricerca riguardo al cervello.

    L’obiettivo di questo evento è quello di far conoscere le Neuroscienze portando le persone ad avere una maggiore consapevolezza delle proprie funzioni cognitive e di promuovere la salute e il benessere della mente e del corpo.

     

    I nostri eventi

                                                                                            13 Marzo 2018         

    Memoria e attenzione : due alleate per la mente. Mettile in gioco!

     

    settimana

    Se vuoi avere maggiori informazioni sull’evento clicca qui

     

     

     

     

     

     

    15 Marzo 2018

    Rivoluziona il tuo movimento con le Neuroscienze

     

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    Se vuoi avere maggiori informazioni sull’evento clicca qui

     

     

     

     

     

     

    16 Marzo 2018

    Scopri quanto sei di-stressato!

     

    settimana

    Se vuoi avere maggiori informazioni sull’evento clicca qui


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    fibrillazione atriale

    Fibrillazione atriale. Quando lavorare troppo causa aritmie cardiache

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    Fibrillazione atriale. Quando lavorare troppo causa aritmie cardiache

    La fibrillazione atriale. Tra le aritmie cardiache, la fibrillazione atriale è sicuramente la più diffusa. In particolare si tratta di una patologia elettrica degli atri che causa un’alterazione del ritmo cardiaco (appunto, aritmia) ed è eterogenea dal punto di vista sia fisiopatologico che clinico. La fibrillazione atriale presenta costantemente due caratteristiche: l’aumentato rischio trombo embolico e l’attivazione elettrica caotica e rapida del tessuto atriale. In parole più semplici, questa malattia è causata da una “tempesta elettrica” nel sistema di conduzione degli impulsi del cuore per cui le attività di pompaggio degli atri e dei ventricoli non sono più armonizzate tra loro, causando una diminuzione dell’efficienza dell’organo. Coloro che ne soffrono subiscono con maggior frequenza ictus cerebrali o insufficienze cardiache e hanno quindi un maggior rischio di mortalità.

    fibrillazione atriale

    L’University College di Londra ha portato a termine recentemente uno studio, pubblicato poi nell’European Heart Journal (https://academic.oup.com/eurheartj/article/3958185/Long-working-hours-as-a-risk-factor-for-atrial), che ha voluto indagare se lavorare troppo possa avere delle conseguenze negative significative sulla salute fisica delle persone. Per farlo sono state seguite 85.500 persone per un totale di circa 10 anni che quando hanno cominciato a partecipare allo studio godevano di una buona salute. I soggetti sono stati suddivisi a scaglioni in base al totale delle ore settimanali che passavano al lavoro: si partiva da una soglia di circa 35 ore settimanali fino ad un tetto di 55 ore o più. Durante questi 10 anni i ricercatori hanno registrato tutti i nuovi casi di fibrillazione atriale. I risultati hanno mostrato che chi lavorava anche con gli straordinari (per un totale di 55 o più ore) mostrava 5,2 casi di fibrillazione in più ogni 1000 persone rispetto a chi lavorava normalmente (35-40 ore a settimana). Se quindi il fattore di rischio che è stato identificato nella popolazione media è di 12,4 nuovi casi ogni 1000 persone, i lavoratori “instancabili” raggiungono un’incidenza di 17,6 su 1000. E’importante precisare che le analisi multivariabili hanno mostrato che l’associazione non era dovuta a fattori di rischio comuni, circostanze socioeconomiche o stili di vita.

    Questi risultati, inoltre, potrebbero dare una risposta più concreta a studi effettuati in precedenza sull’argomento: per esempio, era stato dimostrato che lavorare molto fosse associato ad un maggiore rischio di ictus. Quest’ultimo è infatti favorito dalla fibrillazione atriale.

    Sei preoccupato per il troppo stress lavorativo? Vieni in BrainCare! Oltre ad offrirti un appoggio psicologico e delle modalità efficaci di gestione dello stress,come alcune esclusive tecniche di rilassamento, potrai ancheusufruire del supporto del BioFeedBack ElettroMioGrafico (BFB-EMG) che ti aiuterà a migliorare il controllo dell’attività muscolare involontaria.

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    insonnia

    Insonnia. I rischi legati all’insonnia includono malattie cardiovascolari

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    Insonnia. I rischi legati all’insonnia includono malattie cardiovascolari

    Insonnia. Il corpo umano ha bisogno di un determinato numero di ore al giorno per riposare, recuperarsi e realizzare diverse funzioni metaboliche e rigenerative e per questo il sonno è un elemento essenziale per la salute ed il benessere. Infatti, durante il naturale e ciclico processo che va dal sonno alla veglia si verificano delle modificazioni nella secrezione degli ormoni, nelle funzioni termoregolatrici, in quelle cardio-vascolari e respiratorie. Il sonno viene considerato parte fondamentale dei processi vitali, basti pensare che passiamo circa 1/3 della nostra vista a dormire.

    Non sorprende quindi che chi ha un brutto rapporto con il proprio letto possa andare incontro a dei seri rischi per la propria salute. L’ insonnia, ad esempio,  è una patologia molto frequente nella società moderna che consiste nel sovvertimento dei normali ritmi del sonno o nella più semplice incapacità di addormentarsi, cosa che tutti almeno una volta nella vita abbiamo provato. La letteratura sull’argomento ci insegna che può essere causata da stress, soprattutto di tipo psicosociale (di cui un esempio possono essere i rapporti conflittuali nell’ambiente lavorativo), abuso di sostanze eccitanti, depressione, dolore fisico, disturbi ambientali e allergie, la roncopatia abituale associata ad apnee notturne, il jet lag, etc.

    insonnia

    Tra le problematiche di cui l’insonnia è colpevole, la più grave comprende un aumento del rischio di infarti e ictus. Sono stati finanziati molti studi per comprendere quanto, questa patologia, gravi sulla salute cardio e cerebrovascolare, ma i risultati ottenuti ad ora si sono dimostrati contraddittori, probabilmente per via del fatto che la definizione di insonnia era differente nei singoli studi. Per questo, il ricercatore Qiao He della China Medical University di Shenyang in Cina, ha deciso di compiere una meta analisi trasversale (“The association between insomnia symptoms and risk of cardio-cerebral vascular  events: A meta-analysis of prospective cohort studies”, https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28359160) con lo scopo di mettere a confronto le varie ricerche fatte in materia. L’obbiettivo era quindi quello di comprendere se esistano effettivamente delle associazioni tra eventi vascolari e i sintomi dell’insonnia che sono stati definiti come: la difficoltà ad addormentarsi, la difficoltà a mantenere il sonno, lo svegliarsi al mattino presto e il non avere un sonno ristoratore.

    Per quanto riguarda invece gli eventi cardio-cerebrovascolari presi in considerazione, sono stati analizzati nello studio dati sull’incidenza di coronaropatia, insufficienza cardiaca, infarto miocardico acuto e ictus.

    In questo studio prospettico, pubblicato sullo European Journal of Preventive Cardiology, sono stati ripresi e analizzati 15 studi con un totale 160.867 soggetti analizzati che sono stati seguiti per un intervallo di tempo che variava dai 2 ai 30 anni, nel corso dei quali sono stati registrati un totale di 11.702 eventi cardio o cerebro-vascolari avversi. I risultati parlano chiaro: coloro dimostrato un tasso più alto di problemi cardio o cerebrovascolari, soffrivano di difficoltà ad addormentarsi, fatica a mantenere il sonno e che non percepivano un sonno ristoratore con delle incidenze rispettivamente del 27%, 11% e 18%. Mentre non è invece stata trovata alcuna correlazione con lo svegliarsi al mattino presto.

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    batteri

    Batteri. I batteri intestinali sono coinvolti nella Sclerosi Multipla

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    Batteri. La Sclerosi multipla (SM) è una malattia autoimmune che colpisce il sistema nervoso e che conta ben 110.000 casi solo in Italia. Secondo i dati riportati dall’Associazione italiana, la Sclerosi Multipla è la seconda malattia neurologica più diffusa nel giovane adulto e la prima di tipo infiammatorio cronico. Per quanto riguarda l’incidenza nel genere la ricerca ha riscontrato che colpisce maggiormente le donne degli uomini (63,8% contro il 36,2%) e viene diagnosticata, nella maggior parte dei casi, tra i 20 e i 40 anni. I sintomi della sclerosi multipla variano in base alla zona del cervello colpita dalla malattia e vanno incontro a fasi di remissione e riacutizzazione. Si possono verificare una progressiva perdita della vista, debolezza e tremori con problemi di coordinamento e di equilibrio, deficit nel controllo della vescica, nell’attività intestinale, nella sessualità e nelle funzioni emotive e cognitive.

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