Author Archives: Anna Cantagallo

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    sclerosi multipla

    Sclerosi Multipla. Attività di resistenza per rallentare la malattia

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    Sclerosi Multipla. La Sclerosi Multipla (MS) è una patologia neurodegenerativa che causa nel tempo una diminuzione del volume cerebrale dovuta  alla morte dei neuroni. Nello specifico questa malattia causa lesioni alla mielina, guaina che ricopre gli assoni e che permette una più rapida ed efficiente trasmissione dei segnali tra neuroni. A seguito di un danneggiamento alla mielina, i segnali nel sistema nervoso centrale risultano alterati o danneggiati. Ovviamente queste alterazioni si manifestano con una varietà di sintomi che dipendono dalla sede delle lesioni. Le cause della Sclerosi Multipla non sono ancora state comprese a fondo ma si pensa sia una malattia autoimmune: il sistema immunitario attacca i tessuti del proprio organismo scambiandoli per “corpi estranei”.   Queste aggressioni danneggiano il rivestimento mielinico e innescano un meccanismo infiammatorio che porta alla formazione di una cicatrice simile ad una placca (motivo per cui la sclerosi multipla in passato veniva chiamata anche “sclerosi a placche”).sclerosi multipla Ad oggi solo in Italia ne sono colpite 114mila persone con ben 3400 nuovi malati all’anno: questi numeri ci fanno capire che si tratta di un’emergenza sanitaria che costa al nostro Stato 5 miliardi di euro all’anno! In tutto il mondo, infatti, si è compresa la necessità di andare a fondo su questa malattia prestandole le dovute attenzioni sia a livello sanitario, che a livello politico, con lo scopo di tutelare i malati e di trovare nuovi farmaci o cure efficaci.

    A tal proposito è stato recentemente portato a termine uno studio (http://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.1177/1352458517722645 ) dai ricercatori dell’Università di Aarhus, in Danimarca, che aveva lo scopo di approfondire i benefici che può portare una costante attività fisica di resistenza sulla degenerazione neuronale. La letteratura infatti suggerisce che attività progressive di resistenza possono efficacemente contrastare l’atrofia cerebrale. Per valutare a quanto ammontavano questi effetti il team ha condotto un trial randomizzato per un totale di 24 settimane su 35 malati di Sclerosi Multipla. Al gruppo sperimentale composto da 18 soggetti hanno fatto fare degli esercizi auto-guidati di attività fisica di resistenza mentre al gruppo di controllo hanno lasciato proseguire il loro stile di vita abituale. I malati venivano sottoposti periodicamente a test clinici per valutare la progressione della malattia oltre a risonanza magnetica (MRI) per valutare carico delle lesioni, volume cerebrale globale, percentuale di cambiamento del volume del cervello e spessore corticale.

    I risultati hanno mostrato che  la scala dello stato di disabilità, il carico delle lesioni e il volume globale del cervello non sono stati diversi tra i gruppi  ma sorprendentemente sono state rilevate delle differenze significative nella percentuale di cambiamento del volume del cervello. Risultava infatti un maggiore spessore corticale in ben 19 delle 74 regioni corticali studiate. Nella riproduzione della ricerca è stato confermato che le differenze tra i due gruppi dello spessore delle aree cerebrali riguardava ben 4 aree cerebrali: giro cingolare anteriore, polo temporale, solco orbitale e solco temporale inferiore.

    Le attività progressive di resistenza hanno quindi dimostrato indurre un aumento dello spessore corticale: si deduce quindi che non solo hanno un effetto neuro protettivo, ma addirittura neuro rigenerativo nei pazienti affetti da Sclerosi Multipla Recidivante-Remittente (la forma più diffusa di questa patologia).

    Anche te soffri di SM e hai voglia di provare nuove cure? Vieni in BrainCare! Potrai seguire un percorso fisioterapico specializzato che può migliorare il decorso della tua malattia oltre che un sostegno psicologico e una consulenza neurologica e fisiatrica. Inoltre se vuoi scoprire se hai predisposizione genetica allo sviluppo della malattia,  nella nostra clinica offriamo l’analisi genomica  per la mappatura del DNA. Ti aspettiamo!


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    Sport. Lo sport aiuta la psiche: un contributo alla fibromialgia

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    Sport. Oggi diversi studi sembrano prendere in considerazione lo sport in quanto protagonista nei suoi possibili contributi in malattie come la fibromialgia: in particolare, nel trattamento di questa malattia negli adolescenti è stato ripreso una tipologia di addestramento neuromuscolare dalla medicina dello sport, con risultati che mostrano una riduzione della disabilità ed un aumento della sicurezza in questi pazienti. Come viene fatto: il programma FIT Teens unisce la psicoterapia e l’esercizio a metodi innovativi che vengono solitamente impiegati per prevenire gli infortuni (come le valutazioni biomeccaniche, il motion capture tridimensionale, la realtà virtuale).sport

    Tale programma è stato inserito in uno studio che ha avuto inizio lo scorso anno, condotto da Susmita Kashikar Zuck del Cincinnati Children’s Hospital, con 400 partecipanti i cui risultati parziali (in attesa dei definitivi del 2022) sono già positivi: i partecipanti dichiarano di fidarsi maggiormente del proprio corpo, obiettivo importante per questa tipologia di pazienti che perde subito tale fiducia a causa della malattia (http://www.popsci.it/canali-medicina/dolore/fibromialgia-un-aiuto-dalla-medicina-dello-sport.html?tck=FBE29D9A-E25C-4F97-9CFB-94C494019C03).

    Le attività fisiche proposte agli adolescenti variano da moderate a vigorose in base alle loro scelte e i ragazzi vengono poi istruiti sul modo di inserire queste attività all’interno del loro programma in maniera graduale. L’allenamento neuromuscolare, invece, riguarda la forza centrale, il controllo della postura, la ripresa dallo stress e la coordinazione. Dal punto di vista psicologico vengono impegnati in skill gestionali che comprendono la distrazione cognitivo comportamentale, la gestione dello stress, il rilassamento muscolare, la scansione delle attività.

    Quello in cui era importante intervenire per tali pazienti riguardava proprio la concezione del movimento, conseguentemente dell’attività fisica. Spesso, i pazienti con fibromialgia sviluppano paura di muoversi e associano il dolore all’attività fisica. Cosi lo studio integra la terapia cognitivo-comportamentale e l’esercizio neuromuscolare, facendo sì che venga migliorata la competenza nel movimento minimizzando il dolore muscolare a seguito dell’esercizio.

    Dunque, come affermato dalla Dott.ssa Anna Cantagallo, “il contributo da parte dello sport alla psiche è da rivalutare, senza considerare questo rapporto come unilaterale; aprirsi a queste nuove prospettive può rappresentare un importante punto di inizio sia per la ricerca sperimentale di nuove prospettive nello studio della psiche sia nella pratica clinica per nuove opportunità di trattamento”.

    Se pensi di trovarti in queste condizioni e stai riscontrando queste difficioltà, contattaci in BrainCare e formuleremo insieme un programma individualizzato su misura per te!


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    XXV Giornata mondiale dell’Alzheimer: l’importanza della prevenzione

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    Malattia. La Giornata Mondiale della malattia di Alzheimer fu istituita nel 1994 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Grazie a questa ricorrenza ogni anno in tutto il mondo si riuniscono malati, familiari, e associazioni Alzheimer con l’intento di creare una coscienza pubblica sui problemi provocati da questa malattia. Sindrome che comprende un complesso di caratteristiche comuni, l’Alzheimer si contraddistingue per il deterioramento della memoria e di altre funzioni cognitive. Sono diversi i farmaci sul mercato in grado di intervenire sulla malattia rallentando l’evoluzione dei sintomi, però purtroppo la loro efficacia non  raggiunge tutte le persone coinvolte. Nonostante gli enormi sforzi per trovare un trattamento efficace, gli attuali interventi farmacologici sono limitati a pochi farmaci che alleviano i sintomi ma non rallentano i processi patologici sottostanti, per questo motivo è importante concentrarsi sulla prevenzione.malattia Sono stati pubblicati online (The Lancet Neurology), i risultati dello studio europeo LipiDiDiet (http://www.dottnet.it/articolo/22567/alzheimer-nutrienti-per-contrastare-la-malattia/ tag=10440380055&tkg=2&anc=e8a370bba58b9e1291eb8ff074e8c12d&news=299&cnt=4) che dimostra come l’assunzione una volta al giorno di una miscela di nutrienti permetta una significativa stabilizzazione delle performance cognitive e funzionali e una riduzione dell’atrofia cerebrale nelle persone con Alzheimer in fase iniziale. Questa miscela di nutrienti comprende acidi grassi essenziali, vitamine e altri nutrienti. Il progetto europeo LipiDiDiet affronta l’ impatto dei lipidi nutrizionali sulle prestazioni neuronali e cognitive nell’invecchiamento, nella malattia di Alzheimer e nella demenza vascolare . Questo si basa su precedenti osservazioni che i lipidi modificano il rischio di demenza. Soprattutto alcuni lipidi omega-3 sembrano abbassare il rischio di Alzheimer. Inoltre, come già evidenziato da un articolo dell’American Psychological Association (http://www.apa.org/monitor/2018/03/inbrief.aspx) l’esercizio svolge un ruolo importante nell’approccio alla demenza. L’esercizio  motorio aiuta infatti a preservare la memoria e altre funzioni rallentando il deterioramento dell’ippocampo. Ben 14 clinical trials hanno analizzato la RMN cerebrale di 737 persone (di età media di 66) per verificare gli effetti dell’esercizio aerobico sul volume dell’ ippocampo. I partecipanti furono divisi in 3 gruppi: soggetti sani, pazienti con Mild Cognitive Impairment (MCI) e pazienti con malattie mentali, comprese la depressione e la  schizofrenia. In tutti i gruppi l’esercizio aerobico era associato con un buon mantenimento del volume dell’ippocampo di sinistra, (coinvolto nella memoria e in altre funzioni cognitive), ma non di entrambi.  Per questo motivo la Dottoressa Anna Cantagallo insieme allo staff di esperiti di BrainCare consiglia e promuove una regolare attività fisica accompagnata da una corretta alimentazione.


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    conduttanza cutanea

    Conduttanza cutanea. Alla scoperta degli indici del Biofeedback

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    Conduttanza cutanea.  Il primo indice che approfondiremo, la conduttanza cutanea, skin conductance (SC) è molto utilizzata poiché i cambiamenti associati a questo indice rispecchiano l’attivazione del sistema nervoso simpatico, ovvero quel sistema che porta ad una attivazione, grazie alla quale la nostra energia viene mobilitata nei muscoli, così da prepararci all’azione. L’attivazione del sistema nervoso simpatico comporta una attivazione delle ghiandole eccrine, le quali riempiono i dotti sudoripari e le proprietà saline del sudore modificano la capacità di condurre elettricità. Questo tipo di ghiandole si trova principalmente sui palmi delle mani e dei piedi, motivo per cui queste sono due delle posizioni in cui vengono appoggiati gli elettrodi. Ciò significa che maggiore produzione di sudore corrisponde ad una maggiore attivazione del sistema nervoso simpatico, quindi ad una maggiore conduttanza cutanea.conduttanza cutanea

    Il coinvolgimento del sudore nelle reazioni di stress è ormai antico e può essere analizzato da un punto di vista evolutivo: mani più umide proteggono dalle ferite, migliorarano la sensibilità tattile, contribuiscono alla termoregolazione (motivo per cui quando si fa una misurazione è necessario tener conto anche della temperatura esterna), oltre che all’eliminazione delle tossine.

    I sensori applicati per misurare la conduttanza cutanea fanno passare una leggerissima corrente elettrica, misurando il tempo impiegato dall’impulso per trasmettersi da un elettrodo all’altro. Tale sistema di misurazione non fa, però, distinzione tra un’attivazione emozionale positiva o negativa: riesce solo ad evidenziare la presenza di un’attivazione del sistema nervoso.

    Per questo la conduttanza cutanea va a misurare quel concetto spesso citato dalla psicologia, chiamato arousal ovvero una attivazione generale che ognuno di noi prova quando si trova di fronte ad una particolare situazione: ad esempio, una minaccia (sensazione di paura) oppure a una festa a sorpresa per il nostro compleanno (sensazione di sorpresa e gioia incontenibile).

    Grazie al training di biofeedback diventa possibile imparare a controllare e monitorare la nostra attivazione proprio tramite la misurazione dell’indice di conduttanza cutanea raggiungendo non solo più facilmente ma anche sempre più velocemente uno stato di rilassamento o di dis-attivazione.

    Se vuoi saperne di più manda una mail ad info@braincare.it o tramite il link: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-scopri-quanto-sei-di-stressato-48443114660

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    biofeedback

    Biofeedback. Scopriamo che cos’è e come viene utilizzato

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    Biofeedback. Prima di scoprire il biofeedback, bisogna introdurre un altro concetto, quello della psicofisiologia. Questa disciplina studia gli stessi fenomeni della psicologia, parliamo quindi di tutti quei fenomeni sociali comportamentali, emotivi e psichici, utilizzando in più gli indici fisiologici che si sommano all’impiego di quelli comportamentali ed emotivi. Gli strumenti nella psicofisiologia sono usati non solo come tecniche di valutazione ma anche come tecniche di intervento. Nel 1968 Miller dimostrò che il sistema nervoso autonomo (ovvero quel sistema che non ricade sotto il nostro controllo cosciente) può essere influenzato, tuttavia i risultati di questa scoperta non poterono essere replicati e ciò minò la sua validità. Tuttavia gli sforzi di Miller non furono vani perché la sua scoperta creò un dibattito molto acceso sul tema che permise la nascita della teoria del biofeedback. Oggi grazie alla tecnologia il biofeedback vive una seconda nascita. L’ abbattimento dei costi relativi ai macchinari e la possibilità di avere indici e funzioni migliori permette di avere una maggiore precisione nelle misurazioni, cosa che si rivela essere essenziale all’interno della seduta.

    biofeedbackI presupposti che sono alla base del biofeedback sono quelli che riguardano il rapporto mente corpo, ovvero ad ogni cambiamento fisiologico è associato un cambiamento psicologico, le persone quindi possono sviluppare abilità di regolazione se ricevono un feedback accurato. Biologicamente parlando, dalle zone corticali e subcorticali l’informazione si manifesta a livello fisiologico, in questo modo salute e prestazione sono influenzate e allo stesso tempo associate a specifici stati fisiologici e psicofisiologici. Proprio per questo principio una migliore auto-regolazione fisiologica può migliorare la salute e/o incrementare la prestazione umana. Le persone diventano quindi più “flessibili” nel passare da uno stato all’altro.

    In sintesi quindi il biofeedback è un processo di apprendimento che permette di modificare la propria fisiologia, col fine di migliorare la salute o incrementare la performance.

    Lo sapevi che puoi imparare a respirare meglio, rilassare i tuoi muscoli e abbassare il tuo battito cardiaco quando troppo accelerato? E che puoi farlo anche da solo?

    Ti sto parlando del BIOFEEDBACK, un processo di apprendimento per modificare i tuoi indici in modo da aumentare la tua SALUTE e incrementare la tua PERFORMANCE!

    Se sei interessato a scoprirne di più iscriviti alla nostra serata mandando una mail ad info@braincare.it o tramite il link https://www.eventbrite.it/e/biglietti-scopri-quanto-sei-di-stressato-48443114660

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    Peso. Sostituire la posizione seduta con qualche ora in piedi per perdere peso

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    Peso. È stato scoperto un nuovo vantaggio dello stare in piedi: si perde peso! Ecco quindi un ottimo motivo per far alzare dalla poltrona quanti di noi stanno sempre seduti per lavoro o solamente per pigrizia. Cambiare in questo aspetto le nostre abitudini quotidiane ci porterà sicuramente dei vantaggi.

    È stata effettuata un meta-analisi (http://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.1177/2047487317752186) condotta da Lopez-Jimenez, direttore della cardiologia preventiva presso la Mayo Clinic di Rochester (USA), e ciò che è emerso risulta essere davvero entusiasmante: trascorrere 6 ore in piedi anziché seduti può far perdere fino a 54Kcal in più al giorno poiché vengono bruciate in media 0,15Kcal/minuto. I risultati presi in esame sono quelli di 46 studi, su un totale di 1.184 partecipanti (età media 33 anni, 60% maschi, con indice di massa corporeo medio 24 e peso 65 Kg). Questo risultato porta alla conclusione che in un anno è possibile perdere sino a 2,5kg in più e in un piano quadriennale ciò porterebbe a un dimagrimento di addirittura 10kg. Poiché lo studio non ha preso in considerazione il fatto che in una situazione reale la persona sposta il peso da un piede all’altro, si muove facendo brevi passeggiate per aprire la porta o un armadio ad esempio e non resta immobile in stazione eretta, la quantità di peso perduta potrebbe addirittura essere maggiore.

    peso

    Questa notizia molto interessante e per nulla faticosa da applicare alla nostra vita quotidiana potrebbe indirizzarci e invogliarci a cominciare una vera attività fisica volta ad una perdita di peso e a un controllo della propria forma fisica ancora più intenso.

    In BrainCare con il programma BrainFood puoi tenere sotto controllo il tuo peso e perdere i kg di troppo attraverso la Palestra Nutrizionale (https://www.braincare.it/palestra-nutrizionale/) e conoscere il funzionamento del tuo organismo attraverso la Human Body Composition (https://www.braincare.it/metabolismo/ ) e l’Analisi del Genoma (https://www.braincare.it/analisi-genomica/) . Puoi richiederci una consulenza venendo a visitare il nostro centro.

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    Amici. Svelata l’importanza dei amici per la salute e il benessere

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    Amici. Andrea De Carlo, scrittore e musicista, dice “Nell’amico c’è qualcosa di noi, un nostro possibile modo di essere, il riflesso di una delle altre identità che potremmo assumere”. Gli amici sono quelle persone che portano molta positività nelle nostre vite e che ricoprono un ruolo speciale nel nostro cuore. Crescendo, impariamo quanto gli amici possano influire nel nostro percorso di vita e quanto possano essere importanti per noi; ma ci siamo mai chiesti quanto possano esserlo per la nostra salute futura? Sane e profonde  amicizie costruite da bambini risultano essere fondamentali per l’integrazione sociale da adulti.

    amiciIl legame tra i rapporti amicali e la nostra salute in età adulta è stato indagato in uno studio dalla Texas Tech University, pubblicato poi su Psychological Science (http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0956797617746510 ). Nei risultati emersi dalla ricerca è emersa una significativa correlazione tra una miglior salute durante l’età adulta e la frequentazione con amici durante il periodo infantile. Per arrivare a tale conclusione, i ricercatori hanno analizzato i dati del Pittspurgh Youth Study, uno studio longitudinale che segue fino all’età adulta, i ragazzi che hanno frequentato scuole pubbliche della cittadina della Pennsylvania, in particolare esaminando 267 di loro. I genitori riferivano il tempo che i propri figli trascorrevano con i loro amici, inoltre ogni settimana, a partire dai sei anni e proseguendo fino ai 16 anni, si consideravano anche caratteristiche personali come l’essere o meno estroversi, la salute nell’infanzia e fattori familiari e ambientali.

    “Sebbene non si trattasse di un esperimento – spiega Jenny Cundiff, una delle ricercatrici – è uno studio longitudinale ben controllato che fornisce un indizio forte sul fatto che essere socialmente integrati nella prima fase della vita è positivo per la nostra salute, indipendentemente da una serie di altri fattori come la personalità, il peso nell’infanzia e lo stato sociale della famiglia nei primi anni di vita”. Quindi negli adulti, una maggiore integrazione sociale è anche legata a un ridotto rischio di malattie cardiovascolari (inclusa l’ipertensione), così come in modo simile, al rischio cardiovascolare durante l’infanzia e l’adolescenza.

    Quindi chi ha passato più tempo nella prima fase di vita insieme agli amici, tende ad avere una più bassa pressione arteriosa e un indice di massa corporea (Bmi) inferiore all’età di 30 anni. Variabili fondamentali per essere in ottima salute.

    Se pensi che a livello di rapporti interpersonali tu sia carente, ad esempio non riesci a creare e a mantenere amicizie solide, oppure a stabilire un contatto sereno con gli altri, è possibile incrementare le proprie capacità empatiche e sviluppare le strategie per potersi relazionare adeguatamente con gli altri, che siano familiari, amici, compagni di scuola o colleghi. BrainCare offre un programma appositivo, il Training Emotivo o Emotion Fitness orientato alla gestione delle emozioni, dello stress e del tempo. Puoi trovare maggiori informazioni al link: http://www.braincare.it/palestra-emozionale.

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    Obesità. Una bilancia interna può aiutare a combatterla

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    Obesità. Una pericolosa condizione da cui la medicina ci mette in guardia, ma allo stesso tempo, se non prendiamo le giuste precauzioni, la direzione verso cui siamo spinti da questa la società. La disponibilità e la convenienza di “cibi spazzatura” insieme alla sedentarietà a cui siamo costretti dal lavoro di oggi, infatti, sono i principali cause dell’obesità. Può essere considerata la patologia tipica del mondo occidentale e in generale delle società del benessere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, stabilisce i criteri per determinare lo stato di obesità attraverso l’Indice di Massa Corporea (IMC), che mette a rapporto la massa espressa in chilogrammi e il quadrato dell’altezza espressa in metri. Per essere normopeso, bisogna avere un IMC compreso tra 18,50 e 24,99. I valori al di sotto di questa soglia definiscono i soggetti sottopeso e gravemente sottopeso (IMC < 16), mentre i valori al di sopra di 24,99 definiscono i soggetti sovrappeso (25 < IMC < 29,99), con obesità moderata (30 < IMC < 34,99), con obesità grave (35 < IMC < 39,99) e con obesità gravissima (IMC ≥ 40).

    obesità

    Come agisce il nostro organismo in risposta a un aumento di peso? L’obiettivo del nostro corpo è di mantenere l’omeostasi, questo significa che il nostro organismo risponde all’aumento o alla riduzione del tessuto adiposo producendo un ormone, la leptina. Questo ormone viene prodotto dal tessuto adiposo e inviato all’ipotalamo, nel Sistema Nervoso Centrale, deputato al controllo del peso, della fame, della temperatura corporea. Se viene registrato un aumento di massa grassa, la secrezione di leptina aumenta per comunicare all’ipotalamo che bisogna ridurre l’apporto di cibo; la leptina riduce il senso di fame e aumenta la produzione di energia per mantenere il peso corporeo costante, contribuendo così al mantenimento dell’omeostasi. Ma un po’ di massa grassa è necessaria, altrimenti non riusciremmo a controllare la nostra temperatura corporea! Ecco perché la leptina non è prodotta quando si registra una riduzione di massa grassa, così da comunicare all’ipotalamo che è necessario aumentare l’assunzione di cibo.

    Finora, l’unico regolatore omeostatico della massa grassa conosciuto è la leptina. Alcuni ricercatori della Sahlgrenska Academy, University of Gothenburg, Svezia, hanno ipotizzato l’esistenza di un secondo regolatore del peso corporeo, indipendente dalla leptina. Nel loro studio (http://www.pnas.org/content/115/2/427.full), pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), i ricercatori hanno trovato prove dell’esistenza di una sorta di bilancia interna che contribuirebbe a tenere il nostro peso corporeo sotto controllo. Il peso corporeo verrebbe, infatti, registrato negli arti inferiori: “Se tende ad aumentare, viene inviato un segnale al cervello per ridurre l’assunzione di cibo e mantenere costante il peso”, spiega John-Olov Jansson, professore alla Sahlgrenska Academy.

    Lo studio è stato condotto su roditori obesi che i ricercatori hanno reso artificialmente più pesanti caricandoli di pesi extra. Gli animali hanno perso peso quasi quanto il peso artificiale. I pesi extra hanno consentito non solo la riduzione del peso corporeo ma anche un miglioramento dei livelli di glucosio nel sangue. Questo sistema regolatore della massa grassa è il primo nuovo sistema ad essere individuato dopo la scoperta della leptina, avvenuta 23 anni fa in America. I ricercatori hanno concluso, quindi, che la leptina non potrà costituire l’unica forma di trattamento dell’obesità. Infatti, il professore Claes Ohlsson della Sahlgrenska Academy, Gothenburg University, sostiene: “Il meccanismo che abbiamo identificato regola la massa grassa corporea indipendentemente dalla leptina, ed è possibile che la leptina unita all’attivazione della bilancia corporea interna possa diventare un trattamento efficace per l’obesità”. Inoltre il ricercatore sottolinea che la bilancia interna funzionerebbe soltanto quando siamo in piedi. “Noi crediamo che la bilancia corporea interna offra una misura inaccuratamente bassa quando si è seduti. Di conseguenza, si tende a mangiare di più e a prendere peso”, afferma Claes Ohlsson. Ecco perché la sedentarietà ci fa ingrassare!

    “Pensiamo alle condizioni, cliniche e non, di un uomo che aumenta il suo peso, anche in assenza di aumento di massa grassa o massa muscolare: l’inserimento di una protesi, o la necessità di un apparecchio gessato o di un tutore. Sono tutte situazioni che attivano, come nei roditori della ricerca, la nostra bilancia interna, e che ci permettono di ri-equilibrare il nostro peso globale (corpo + introduzione di un oggetto esterno nello schema mentale del nostro corpo).” descrive Anna Cantagallo, medico neurologo e fisiatra, direzione scientifica del centro clinico e di ricerca BrainCare.

    Se stai pensando di dimagrire perché credi di essere in una condizione di sovrappeso/obesità, sappi che presso BrainCare puoi trovare i Programmi BrainFood che, oltre a permetterti di raggiungere il tuo peso forma e rimodellare il tuo corpo, ti consente anche di acquisire la consapevolezza e i comportamenti necessari a mantenere il peso nel tempo e a raggiungere uno stato di benessere fisico e psicologico, anche attraverso i piaceri della tavola. Puoi trovare maggiori informazioni al seguente link: http://www.braincare.it/palestra-nutrizionale/.

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    Umore. Gli amici contagiano il nostro stato d’animo

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    Umore.  Il contagio sociale non è cosa nuova nel campo della psicologia. Infatti già Le Bon agli inizi del 1900 diceva che il contagio sociale traduce l’idea che le emozioni e le opinioni si comunicano e, quindi, si moltiplicano e si rafforzano. Questo concetto mostra che i fenomeni sociali non sono dovuti soltanto all’imposizione, ma anche alla forza di adesione degli individui ad alcuni valori od opinioni. Il contagio sociale definisce quindi la tendenza ad imitare un modello di comportamento ed è una cosa che negli animali, e quindi nell’uomo, avviene in modo naturale.

    In un recente studio, pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science (http://rsos.royalsocietypublishing.org/content/4/9/170336), un team di ricercatori dell’Università di Warwich  ha deciso di approfondire questo argomento. Nella ricerca, Rob Eyre e il suo team, hanno esaminato e studiato se i singoli componenti dell’umore  di una persona possano essere influenzati dall’umore degli amici che la circondano.

    Per la raccolta dei dati I ricercatori hanno preso in esame un campione di 2.194 ragazzi, reclutati attraverso  uno studio denominato National Longitudinal Study of Adolescent to Adult Health, che comprende informazioni sulle reti di amicizie e l’umore degli adolescenti nelle scuole degli Stati Uniti.umore

    Nell’analisi  sono stati utilizzati i dati relativi alle due onde dell’indagine promossa da Add Health, che sono state eseguite a 6 e 12 mesi di distanza.  Lo stato dell’umore di ciascun partecipante è stato misurato usando il punteggio CES-D (Center for Epidemiological Studies Depression Scale) calcolato da un insieme di  18 domande. Queste, associate ad una scala, hanno assegnato un valore numerico ad ogni individuo da 0 a 54, dove un punteggio alto indicava un peggior stato d’animo. Per analizzare i singoli sintomi depressivi, i ricercatori hanno diviso il punteggio totale CES-D in sottoscale associate a ciascun sintomo depressivo: anedonia (perdita di interesse), appetito povero, scarsa concentrazione, disforia (tristezza), impotenza, stanchezza e inutilità.

    Nel caso dell’umore globale (ossia del punteggio complessivo CES-D) è risultato che sia lo stato crescente che quello decrescente dell’umore del singolo dipendono dagli stati d’animo degli amici. Ciò porta alla conclusione che, per gli adolescenti degli Stati Uniti, avere molti amici con un umore basso implica più probabilità di peggiorare che di migliorarle il proprio stato d’animo, e viceversa per gli amici con umore migliore. I risultati danno quindi supporto al fatto che l’umore sia influenzato socialmente.

    Più approfonditamente i ricercatori hanno compreso che l’umore “migliore” è contagioso per spingere gli individui oltre il confine, da depresso a non depresso, mentre l’umore “peggiore” non è sufficientemente contagioso per spingere gli individui a diventare depressi. Di conseguenza, non sono state trovate caratteristiche socialmente contagiose per la depressione (anche se anedonia e impotenza hanno dimostrato essere abbastanza influenti nelle persone circondate da amici con questi sintomi).

    Insomma, è meglio circondarsi di persone sorridenti e ottimiste se si vuole stare bene o aumentare il proprio buonumore, affrontando la vita al massimo delle proprie risorse positive. Questi ed altri meccanismi, sono importanti anche per comprendere in che modo possa avvenire questa diffusione delle emozioni, soprattutto in un’età fragile come quella dell’adolescenza e dare quindi il via a studi più specifici sull’argomento.

    E tu, pensi di essere impacciato nella regolazione delle tue emozioni, sociali e non? Vieni a trovarci in BrainCare, ti insegneremo delle tecniche efficaci per imparare a gestirle e canalizzarle verso i tuoi obbiettivi personali! Non lasciarti travolgere,

    Vieni a trovarci!


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    Dolori fisici. Ruolo nelle attività quotidiane, diffusione geografica e per fasce d’età

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    Dolori fisici. Chi può affermare di non aver mai avuto alcun problema fisico che gli abbia causato anche una minima sensazione di dolore? Nessuno, ma il quadro della sintomatologia algica in Italia è stato oggetto di studio e i dati emersi risultano essere interessanti.

    In un’indagine ISTAT (https://www.istat.it/it/archivio/204655) condotta nell’arco di quattro settimane nel 2015 e resa pubblica nel 2017 è emerso che una parte di italiani molto più consistente di quanto si possa immaginare soffre per dolori fisici.

    Precisamente 20 milioni di italiani dichiarano di aver avuto qualche acciacco nell’arco del mese in cui l’indagine è stata svolta e per 5 milioni di loro il dolore è stato anche di entità “forte o molto forte”.

    Nel momento in cui il dolore fisico si presenta ed è persistente ha certamente degli effetti poco piacevoli nella quotidianità della persona che li sperimenta: in questa indagine emerge che il 29.7% degli italiani subisce un effetto lieve da parte del dolore, il 28.7% un effetto moderato e il 14,3% un effetto “grave o molto grave” di tale condizione.

    Inoltre, a soffrire maggiormente sono le donne che dichiarano nel 45.6% dei casi di essere afflitte da dolori mentre gli uomini lo affermano solo nel 32.5%.dolori fisici

    L’intensità del dolore percepito varia anche in base alla regione, al reddito e al livello d’istruzione oltre che per età.

    La Sardegna e l’Umbria risultano essere le regioni d’Italia in cui il dolore fisico è maggiormente percepito con percentuali pari rispettivamente al 15.2% e 12.6%; le fasce di popolazione con reddito minore riportano con percentuali più alte la sofferenza fisica delle fasce con reddito maggiore; il dolore influisce di più nell’attività lavorativa se il livello di istruzione è alto e la sofferenza è di lieve entità, mentre se è “forte o molto forte” influisce maggiormente nei soggetti con livello d’istruzione basso; infine, gli over65 sono i più colpiti da dolori fisici con picchi del 59.1%.

    Il dolore fisico risulta essere una problematica molto diffusa e degna di maggiore attenzione per il fatto che ha delle ripercussioni in alcuni casi anche significative nella vita quotidiana e lavorativa costituendo quindi un fattore limitante.

    L’approccio al dolore cronico è sia farmacologico che riabilitativo, associato a programmi di  prevenzione e di elaborazione della componente soggettiva del dolore. Soltanto un team specializzato e interprofessionale di fisioterapisti, medici e psicologi  ti aiuteranno nella valutazione e nella diagnosi e soprattutto nel trattamento del dolore cronico.  Ti aspettiamo o aspettiamo la persona che tu conosci e alla quale consiglierai il nostro team!


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