Author Archives: Anna Cantagallo

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Essere ambiverti, l’ambiguità come dimensione umana

Personalità è un termine che adoperiamo per indicare un’organizzazione delle caratteristiche comportamentali, di pensiero e di sentimenti di un individuo che sono caratterizzate da un certo grado di unità, coerenza e progettualità nel tentativo di adattarsi all’ambiente ed agli altri. Descrive e sussume la poliedricità del nostro camminare sulla terra.

Diversi psicologi hanno tentato di scremare queste caratteristiche all’osso, nella ricerca di un set stabile di variabili da poter calcolare statisticamente per predire comportamenti e operare comparazioni in una data popolazione. Dopo le analisi multivariate introdotte da Cattell con il suo modello dei 16 fattori, Eysenck ha proposto un modello ancora più semplice, con 3 dimensioni, rivelatosi incredibilmente utile nello studio della personalità sia in grandi campioni di individui sani che di persone con una psicopatologia.

Queste dimensioni sono l’estroversione/introversione, la stabilità/instabilità e lo psicoticismo. Mentre il mondo della psicologia ancora combatte sull’effettivo valore clinico dell’ultimo, estroversione ed introversione sono divenuti termini della cultura pop, rivelandosi precisi criteri esaminativi della personalità e resistendo alle ricerche nel campo delle influenze culturali e nelle determinazione temperamentale, il comportamento geneticamente determinato.

Tuttavia, una cospicua fetta di individui sembra ora ribellarsi a questa categorizzazione dicotomica con l’espressione di un Sè che nel suo rapportarsi al mondo, in continuo cambiamento, si trova ad essere fenomelogicamente ambiguo. Quasi come se l’espressione di uno dei due poli fosse essenzialmente determinato dall’ambiente circostante e dalle relazioni intraprese. Ma se fosse più giusto il contrario? Se noi fossimo ambigui in quanto umani? Se l’essere ambiverti fosse la reale ‘Condition humaine’?

La mitologia latina, fortunatamente, ci mette a disposizone una figura particolare: Giano Bifronte, Dio degli Inizi. Giano è sempre rappresentato con una doppia testa, una rivolta verso ciò che l’altra non può vedere. “Esso rappresenta la condizione dell’uomo come essere che incarna il senso del doppio. Essere da una parte e da un’altra. Vedere il passato e vedere il futuro.” – dice Anna Cantagallo – ”Restare bambini e crescere inevitabilmente. In questo gioco di assoluti che si contrastano, l’ambiguità tra l’essere introverto o estroverso non si presenta dunque più come una stranezza rispetto al progetto umano originario, ma come l’unica sincera espressione del nostro rapportarci al mondo e agli altri.”

Da un punto di vista neurobiologico, il livello di bisogno di socializzazione è in gran parte determinato dal neuroormone responsabile per il nostro umore positivo, la dopamina. Tutti noi disponiamo di diversi livelli di stimolazione indotta da dopamina a livello cerebrale, in particolare nell’area della neocorteccia, responsabile per le funzioni cognitive di alto livello quali la produzione di linguaggio e pensiero conscio. Gli individui che hanno alti livelli di stimolazione nella neocorteccia sono tendenzialmente introversi, come se il loro cervello desse loro già abbastanza stimoli per sentirsi bene. Viceversa, le persone che vivono una stimolazione bassa della neo-corteccia, tendono ad essere estroverse e cercare all’esterno di sè quegli stimoli che di cui il cervello abbisogna.

Come ben sappiamo però, noi tutti abbiamo dei momenti in cui abbiamo bisogno di essere attorniati da persone e dei momenti in cui l’unico compagno che può starci vicino siamo noi stessi. Queste modulazioni di desiderio sociale potrebbero rappresentare la nostra ambiversione nei confronti del mondo. Essere più chiusi rispetto alle nuove esperienze, a contratti commerciali di un nuovo tipo, ad alleanze manageriali che sembrano pericolose o ci spaventano è giustificabile in un certo periodo se ciò che abbiamo ci basta. Nel modo opposto, se siamo insoddisfatti degli stimoli che già possediamo, cercheremo una via d’uscita tramite un’estroversione al mondo.

Robin Sharma lo insegna: un buon leader deve essere un pò tutto. Deve essere estroverso ma dedicarsi a sè, deve essere responsabile ma rule-breaker, ambizioso ma umile, con i piedi per terra e con i sogni che traboccano dalle tasche. Dev’essere, semplicemente, ambiverto. Solo così riuscirà a garantire alla sua azienda quella giusta dose di follia e razionalità, di creatività sotto il proprio controllo di cui ha bisogno per farsi riconoscere e per cercare eventuali partner.

“Le aziende che dimostrano di saper tirare l’elastico tra l’aprirsi in maniera assoluta e restare ancorate alle loro radici operano meglio sul mercato. Lasciano il porto per esperire porti mai visti, ma la trebisonda non la perdono mai perchè hanno un faro da cui sono partite. Siate come il leader che vorreste avere.” conclude Anna Cantagallo.

 


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Avant-garde e avant-jour: anticipare il tempo per anticipare il mondo

Non è solo il caffè della sua azienda a farlo svegliare ogni mattina alle 5.30. Howard Schultz, CEO di Starbucks, ha fatto dello svegliarsi presto un’abitudine sana, imprescindibile, per il suo benessere e il suo impatto a livello aziendale. Schultz non è il solo: diverse personalità dell’imprenditoria mondiale hanno accolto a braccia aperte questo habit. Tim Cook, CEO di Apple, Indra Nooyi, CEO di PepsiCo, Michelle Obama per citarne pochi si svegliano tutti prima delle 5 e, nel caso di Cook, cominciano addirittura a lavorare.

Come farla diventare un’abitudine? Se siete delle persone che vivono di notte, svegliarsi prestissimo la mattina non farà altro che rovinare i vostri ritmi circadiani, quei ritmi che governano il nostro livello di adattamento alla giornata. La soluzione migliore è un approccio graduale, come illustra Anna Cantagallo, con dei piccoli trucchi che faciliteranno il vostro sonno e favoriranno un risveglio anticipato:

Early to bed

Se solitamente vi addormentate a mezzanotte, svegliarsi da un giorno all’altro alle 6.00 rispetto alle 7.00-7.30 sarebbe un grande errore, perchè, nonostante le ovvie differenze individuali, un individuo deve adattarsi ad una nuova durata del sonno, purchè sia ristoratore e profondo. Questo per consentire al corpo di riprendere le forze dopo la giornata, riposare i muscoli – soprattutto nel caso di un workout nel giorno stesso – e permettere al liquido cefalorachidiano di operare una pulizia profonda degli scarti prodotti durante il giorno a livello cerebrale. E se ancora credete di avere intatti questi processi dormendo poco (<5-6 ore) o male? Un articolo pubblicato sulla rivista Sleep vi farà ripensare, a meno che una maggiore incidenza di obesità, problemi di salute e morte prematura non siano il vostro obiettivo. Attenzione, in ogni caso: dormire troppo (> 9-10 ore a notte) sembra sia addirittura peggio. Come sempre, l’aristotelico giusto mezzo si prefigura come saggia soluzione.

Early to rise

È inutile puntare la sveglia un’ora e mezza, due ore prima della vostra solita sveglia. Quindici minuti prima o mezz’ora basteranno. Abituatevi a questo nuovo orario per alcuni giorni e poi riducete sempre di quarto d’ora in quarto d’ora. Se solitamente vi svegliate alle 7.00, provate ad anticipare alle 06.30. Se non vi sentite troppo affaticati alla fine della terza giornata, mettete la sveglia alle 6.15. E così via.

Anticipate il momento della buonanotte creando delle abitudini

Farsi una doccia, cambiarsi, lavarsi i denti, mettere a letto i propri figli e (se siete genitori) poi mettersi a letto possono essere un ottimo piano. Inoltre, meditare, ascoltare musica rilassante e farsi avvolgere da profumi soporiferi, quali lavanda o vaniglia aiutano il vostro corpo a rilassarsi e facilitano il processo. Per dormire meglio, bevete anche un bicchiere d’acqua, così da tenere il vostro corpo idratato.

Evitate forti fonti di luce per almeno 20-30 minuti prima di mettervi a letto

La luce dello smartphone, della tv o del bagno quando ci si lava i denti sono inutili specchietti per le allodole per il nostro cervello: una volta percepita la luce, sarà forzato a restare sveglio per altri 20-30’ minuti. L’avvento della società industriale ha posticipato il nostro momento di inizio del sonno e anticipato la veglia. Però, il tiranneggiamento della società tecnica non deve toglierci utili ore di sonno. Lavatevi prima i denti e mettete lo smartphone a caricare, spento. Vi ringrazierete quando immersi nel silenzio potrete magari aprire un libro e scoprire mondi nuovi.

Abbiate un obiettivo per svegliarvi la mattina

Svegliarsi con un motivo è fondamentale perchè giustifica lo svegliarsi. Questo obiettivo può essere qualsiasi cosa: fotografare l’alba, fare dello sport, leggere un libro, fare una colazione come si deve, scrivere, meditare, lavorare a progetti che richiedono un silenzio e un raccoglimento che la vostra azienda non può permettervi. Abbiatene almeno uno.

Scoperti questi piccoli trucchi e diventati esperti bio-hacker del vostro cervello, potrete probabilmente riuscire a svegliarvi presto. Se siete dei cosiddetti ‘night-owl’, animali notturni, questo processo vi risulterà dapprima difficile ma non demordete: è possibile. Che benefici potrà apportare questa nuova abitudine?

Disporre di più tempo per voi stessi

Svegliarvi prima del daybreak significa esperire il giorno in maniera differente. Senza lamenti e urla dei bambini, senza un traffico pesante, senza persone intorno. Siete liberi di esplorarvi. Di esprimere la vostra creatività. Le vostre passioni potrebbero essere eseguite adesso, come ad esempio scrivere. Meditate, ascoltate la musica che più vi fa stare meglio. Scrivete le idee che vi scorrono in testa, anche solo 5 al giorno. Queste diventano 150 idee al mese e potrebbe bastarvene solo una per avere successo. Ed evitate di prendere subito una tazza di caffè in mano: il corpo ha un suo naturale processo di risveglio, in cui il cortisolo la fa da padrone. Quando il corpo si sveglia, le surrenali producono una grande quantità di questo neuroormone per darvi il via, con un suo picco dopo circa 30-40 minuti. Bere caffè andrebbe a modificare questo processo. Se proprio ne avete bisogno, aspettate il down della botta di cortisolo, solitamente un’ora dopo il risveglio. Siate motivati dall’analizzare il vostro stato di veglia naturale.

Disporre di più tempo per lavorare

Se siete degli stakanovisti hardcore, nulla può motivarvi di più che sapere di avere tempo per lavorare. O, se siete semplicemente sommersi di lavoro o studio, sapete quanto quelle due ore in più potrebbero aiutarvi per i vostri obiettivi. Anna Cantagallo continua: “Potrete rispondere alle prime mail della giornata di o produrre dei file che richiederebbero troppo tempo in contesto lavorativo per gli ovvi inaspettati contrattempi che potrebbero accadere. Utilissimo a questo fine è la produzione di un piano d’azione: mettere per iscritto gli obiettivi della giornata e cercate di raggiungerli. Se ce la farete, la soddisfazione al momento di dormire sarà enormemente maggiore.

Essere avant-garde

Immaginate di arrivare in ufficio o nel vostro studio già ben preparati e vestiti, svegli, con un’abbondante colazione in corpo e con una lista degli obiettivi lavorativi della giornata da raggiungere. Mentre gli altri arriveranno con le facce stanche, le occhiaie lunghe, nessuna voglia di fare. Sarete una spanna davanti agli altri. E questo vi sarà sempre utile, anche nel caso un collega vi chiedesse una mano. Trovandovi recettivi e dinamici si rivolgerà a voi e voi sarete cognitivamente pronti per aiutarlo, migliorando la vostra relazione e possibilmente il clima aziendale. E soprattutto… siate viralmente contagiosi col vostro esempio!

 

“Early to bed, early to rise, makes a man healthy, wealthy and wise.”

Benjamin Franklin


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La scrittura: benessere per l’anima e per il corpo

La scrittura. Ci siamo sicuramente tutti ritrovati a buttare giù su un foglio nel corso della nostra vita dei pensieri, per svariati motivi: un tema scolastico, una lettera ad un amico lontano, il racconto di una bella giornata. Le ragioni per cui tutti si dedicano prima o poi alla scrittura possono essere riconducibili all’innato bisogno di comunicare dell’uomo.

Dal punto di vista psicologico, la scrittura fornisce all’uomo la convinzione secondo la quale attraverso la scrittura questi può lasciare un segno visibile, garantendo, in un certo senso, la sopravvivenza dei suoi pensieri dentro al foglio di carta, oltre che la possibilità di comunicare concretamente con un’altra persona, anche quando questa si trova a distanze fisiche considerevoli.

Al giorno d’oggi il bisogno di scrivere si mostra ancor più forte del passato, grazie agli ormai diffusissimi social network che permettono di esprimere pubblicamente pensieri ed opinioni, così che Elisabetta Bucciarelli arriva a dire che “mai abbiamo scritto così tanto” (Buccairelli, 2014).

L’aiuto che la scrittura fornisce alla persona non riguarda solo il benessere individuale a livello generico, ma anche specificatamente situazioni di forte stress o traumi: in questi casi, la scrittura può aiutare ad elaborare la sofferenza, attraverso la risoluzione di traumi radicati nel soggetto, aiutandolo inoltre a fronteggiare e gestire vecchi e nuovi sensi di colpa. Elaborando gli eventi traumatici che si sono fossilizzarsi all’interno del cervello come “nodi”, si evita che questi continuino a mantenere le peculiarità emotive e cognitive di trauma.

La dott.ssa Anna Cantagallo suggerisce come “attraverso la scrittura, chi scrive cerca di fronteggiare le possibili difficoltà di gestione delle emozioni, poiché il pensiero viene liberato e trasposto in parole scritte, specialmente per quei pensieri che spesso nascondiamo anche a noi stessi”.

Cosi, la scrittura terapeutica si inserisce come nuova disciplina introspettiva che permette di realizzare una sorta di “autocura” attraverso la sua componente antidepressiva e antistress. I benefici ottenuti tramite questa pratica sono soprattutto psicologici, ma si è potuto vedere quanto la scrittura agisca positivamente sul sistema immunitario attraverso la stimolazione delle difese: attraverso un esperimento su alcuni studenti, lo psicologo James Pennebaker notò che nel gruppo di studenti a cui era stato richiesto di scrivere almeno 20 minuti al giorno per 4 giorni la settimana, rispetto al gruppo di controllo, è stato evidenziato un migliore funzionamento del sistema immunitario.

La scrittura, oltre che rappresentare una “autonoma” pratica terapeutica può essere utilizzata come supporto nella pratica clinica, in particolar modo se affiancata alla terapia farmacologica, grazie al valido aiuto psicologico che offre al paziente, inserendosi così in quella è stata definita come medicina narrativa, ideata da Rita Charon, medico statunitense.

La terapia della scrittura che è stata identificata come maggiormente efficace è quella autobiografica, grazie alla quale il paziente può in un certo modo “auto-analizzarsi” arrivando così a nuove elaborazioni di pensieri intimi e nascosti, collegando ciò che è conscio è ciò che è inconscio. Inoltre, la modalità di scrittura maggiormente suggerita è quella che prevede la scrittura a mano, non quella digitale ormai diffusa, in quanto scrivere a mano rallenta i pensieri e riesce a diventare una forma di meditazione quando viene effettuata tutti i giorni; il corsivo viene preferito allo stampatello, poiché quest’ultimo viene più associato come simile alla scrittura digitale, distante dalla persona, mentre il corsivo sembra riesca ad far esercitare l’autocontrollo e viene indicato infatti anche come trattamento per la dislessia.

Se pensi di essere in difficoltà o in un periodo in cui non riesci a gestire tutto da solo, BrainCare ti aspetta con un team di professionisti pronti a realizzare per te proposte personalizzate che possano aiutarti.

 

 


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Alzheimer

Alzheimer: sostegno a distanza per la persona con demenza

In questo periodo di quarantena, tutti noi abbiamo subito un cambio nella nostra quotidianità, ma purtroppo quelli che la percepiscono maggiormente sono le persone più fragili. Tra queste ovviamente ci sono quelle colpite da Alzheimer, la cui gestione diventa ancora più complessa in questo momento di isolamento fisico.

Alzheimer

 

Il team BrainCare è vicino anche a loro in questa situazione, proponendo modalità di stimolazione cognitiva per via telematica. La tele-riabilitazione, infatti, è un metodo di lavoro, che utilizziamo con i nostri pazienti già dal 2012 e abbiamo avuto sempre risultati soddisfacenti.

Infatti, la presenza dello schermo non impedisce di poter svolgere normalmente una seduta cognitiva,  per coloro che hanno bisogno di un percorso di riabilitazione neuropsicologica.

Nel caso specifico delle persone con demenza potranno essere fatti per una prima parte esercizi di stimolazione attraverso la ROT e in una seconda fase allenamento cognitivo con compiti che permettano di allenare le abilità cognitive residue.

Tuttavia, anche da casa possono essere seguite delle semplici regole che favoriscano la stimolazione cognitiva. Ad esempio, possono essere analizzate insieme delle fotografie, dei ritagli di giornali o delle vecchie canzoni che aiutano a recuperare la memoria di esperienze passate attraverso emozioni e ricordi.

E’ importante, poi, tenere sempre attiva la persona malata, magari coinvolgendola in tutte quelle attività domestiche in cui può mostrarsi utile, tipo rammendare o mettere in ordine i cassetti. Inoltre, anche il coinvolgimento nel momento della preparazione del pranzo o della cena può essere molto efficace, perché attraverso un’attività divertente vengono stimolate specifiche funzioni cognitive.

Ovviamente in questo tipo di patologia ad essere colpita non è soltanto la parte cognitiva ma anche quella fisica. Per questo in questa fase è importante cercare di tenere allenato anche il corpo con piccoli movimenti, ad esempio camminate in spazi ampi di casa o sul terrazzo o in giardino. Oppure facendo piccoli esercizi di forza, usando una semplice pallina da tennis o una bottiglia piena di acqua,  o alzandosi e sedendosi lentamente dalla sedia.

Per tutte le attività sia cognitive che fisiche è necessario che ci sia sempre una programmazione quotidiana, per fare in modo che la persona che soffre di demenza non si senta ulteriormente disorientata da questa situazione.

Infine, in questo particolare momento è molto importante venire incontro alle esigenze di chi soffre d’Alzheimer, ad esempio garantendo alla persona la giusta illuminazione, evitando zone di penombra o ombra che possono generare uno stato di agitazione (sindrome del tramonto) oppure usando un volume degli apparecchi acustici tale per cui possano ascoltare senza difficoltà.

Se quindi hai qualche familiare o conoscente che soffre di Alzheimer o di qualche altra forma di demenza e hai bisogno di usufruire di servizi di riabilitazione cognitiva di BrainCare, contattaci!! Ti basterà un computer e una buona connessione e potremmo aiutarti anche da lontano!

Ti aspettiamo!!


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Anna Cantagallo: ADHD può avere un’influenza positiva nell’attività sportiva?

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ADHD, i tratti caratterizzanti. “Luigi ha 8 anni e frequenta il terzo anno della scuola primaria. È stato segnalato dalle insegnanti perché in classe mostra di avere difficoltà. In particolare si presenta irrequieto e facilmente distraibile. Più volte nel corso della lezione necessita di alzarsi e anche se sta seduto ha bisogno di muovere costantemente le mani e le gambe. Inoltre fa fatica a rispettare i turni della conversazione e ha bisogno di giocare con gli oggetti che ha di fronte e di farli cadere a terra”.

È questo uno dei tanti casi di cui potremmo portare la testimonianza, bambini che soffrono di disturbo da deficit di attenzione dell’iperattività o meglio conosciuto come ADHD. Esso consiste in un disturbo del neuro sviluppo che coinvolge tutti i circuiti cerebrali legati all’autocontrollo e all’inibizione.

La dott.ssa Anna Cantagallo, neurologa e fisiatra, esplicita: “Le manifestazioni cliniche dell’ADHD consistono nella difficoltà di prestare attenzione, avere comportamenti impulsivi e/o un livello di attività motoria molto accentuato. Solitamente i primi sintomi si manifestano in età scolare ed è molto più frequente nei maschi, con un rapporto di 3 a 1”. Vediamo, dunque, una netta prevalenza del disturbo nel genere maschile rispetto a quello femminile. ADHD

Alcuni studi condotti recentemente rispetto a questa patologia dimostrano che esiste una relazione tra ADHD e sport. Prendiamo in considerazione una Review pubblicata dal British Journal of Sport Medicine, la quale evince come questo disturbo sia diffuso tra gli atleti professionisti e come alcuni sport, più di altri, giovino agli stessi atleti e alle loro performance.

Questa ricerca nello specifico si è basata su uno studio assiduo e sistematico del 2018 che ingloba 17 studi, nei quali dal 4 all’ 8% circa degli atleti presenta ADHD. Inoltre, lo studio ha dimostrato che gli atleti con maggiori potenzialità – soprattutto nel baseball e nel basket – potrebbero trarre qualche vantaggio dalla loro impulsività. A tal proposito la dott.ssa Anna Cantagallo sostiene “di per sé lo sport è uno sfogo fisico per un’intensa emozione, quindi come riportato dallo studio si può supporre che vi sia una riduzione dei sintomi legati all’ADHD”.

Anna Cantagallo, infine, evince: “Lo studio riportato è molto interessante in quanto dimostra come questa patologia potrebbe realmente avere degli effetti positivi sulle prestazioni sportive, in particolare in quelle discipline che richiedono una decisione reattiva e movimenti rapidi”.

 


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Cyber-bullismo. Tutto quello che c’è da sapere sulla psicologia del bullo

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Cyber-bullismo. Con il termine cyber-bullismo vengono intesi quei comportamenti messi in atto da individui o gruppi attraverso i media elettronici o digitali che inviano messaggi ostili e aggressivi in modo ripetuto al fine di arrecare danno o disagio ad altri.

Il cyber-bullismo può essere molto vario e viene infatti diviso nelle seguenti categorie:

  • Harassment (molestie): spedizione ripetuta di messaggi o e-mail insultanti mirati ad offendere il destinatario.
  • Trickery (inganno): ottenere la fiducia di qualcuno con l’inganno entrandoci prima in confidenza, scambiando informazioni intime e/o private per poi pubblicare o condividere con altri le informazioni confidate via mezzi elettronici.
  • Happyslapping (schiaffo allegro): registrazione video durante la quale la vittima subisce o insulti o umiliazioni verbali o violenza fisica (calci e pugni) che viene in seguito pubblicata su internet all’insaputa della vittima e visualizzata da altri utenti.
  • Exclusion (esclusione): escludere deliberatamente una persona da un gruppo di amici online, da una chat o da un gioco interattivo, per provocare in essa un sentimento di emarginazione.
  • Denigration (distribuzione): invio di messaggi o pubblicazione di commenti crudeli, offensivi calunniosi per danneggiare gratuitamente e con cattiveria la reputazione di una persona, via e-mail, messaggistica istantanea, gruppi su social network
  • Flaming (fiamma): consiste nella spedizione di messaggi online violenti, volgari e provocatori mirati a suscitare battaglie verbali in rete tra due o più utenti.
  • Cyberstalking: persecuzioni, attraverso la tecnologia, consistenti in molestie e denigrazioni ripetute e minacciose mirate a incutere paura, dare fastidio sino a commettere atti di aggressione più violenti anche di tipo fisico.
  • Impersonation (spacciarsi per qualcun’altro): creazione di profili utente fasulli col nome della vittima al fine di mandare messaggi offensivi a terzi a nome suo.

Per quanto bullismo e cyber-bullismo possano sembrare uguali, si possono identificare 3 principali differenze. La prima è riconducibile ad una caratteristica intrinseca dei dispositivi elettronici attraverso i quali si verifica la molestia: l’anonimato. Gli studenti che non praticano bullismo con i propri pari nella vita reale potrebbero farlo in rete grazie alla possibilità di anonimato sfociando quindi nel cyber-bullismo. Oltre all’anonimato una seconda differenza che distingue il bullismo dal cyber-bullismo è collegata alla scarsità di controllo nei media elettronici. Mentre dunque il bullismo tradizionale può essere visto, controllato e contenuto da educatori, insegnanti e familiari, nel cyber-bullismo le molestie sono”invisibili e nascoste”, ma non per questo meno dolorose. Un’ultima generale differenza riguarda il momento in cui la vittima subisce l’atto violento, verbale o fisico che sia. Infatti nel bullismo tradizionale i comportamenti aggressivi avvengono solitamente durante le ore di scuola e cessano nel momento in cui il bambino torna a casa. Nel cyber-bullismo le molestie sono molto più pervasive e possono “colpire” la persona a qualsiasi ora del giorno attraverso la semplice ricezione di e-mail e di messaggi al cellulare, dispositivo che di questi tempi, è sempre a nostra portata di mano.

In una review, Tokunaga (2010) ha posto in analisi molti degli studi che si sono occupati di indagare le caratteristiche delle vittime del cyber-bullismo. Da questo lavoro è emerso che le cyber-vittime hanno una moltitudine di problematiche simili alle vittime del bullismo. Le vittime del cyber-bullismo hanno una più bassa autostima, un più alto livello di depressione e  generalmente possono provare da più “semplici” stati di angoscia fino a più gravi problemi psicosociali che dipendono dalla frequenza, dalla durata e dalla gravità dei cyber-attacchi subiti. Vi è infatti una minor probabilità di riportare problematiche a lungo termine se gli episodi di cyber-bullismo si verificano raramente, mentre gravi forme di cyber-bullismo – sia per la durata che per il peso delle molestie stesse – sono legate a percentuali più elevate di problematiche psicologiche e sociali.

Le vittime di cyber-bullismo riportano molto spesso problemi nel rendimento scolastico e soprattutto nelle relazioni con i compagni per via della preoccupazione dovuta all’esperienza di essere delle vittime della rete. Tra le altre conseguenze problematiche nelle vittime del cyber-bullismo che sono state statisticamente significative nello studio abbiamo: marcata ansia sociale, stress emotivo, rabbia e tristezza, possibili problemi sociali quali distacco, ostilità e delinquenza.

Per quanto concerne il genere, nel cyber-bullismo non sembra giocare un ruolo importante come è invece nel bullismo tradizionale in sui si rileva una predominanza del genere maschile sia di bulli che di vittime. Per quanto riguarda invece l’età si trovano delle differenze: la fascia che risulta più colpita sembra essere quella tra i 12 e 14 anni.

In risposta al cyber-bullismo, bambini e ragazzi spesso consultano amici o provvedono da soli ad affrontare gli aggressori. Soltanto in rari casi, le vittime raccontano ai genitori di quanto accaduto o semplicemente cercano di ignorare il problema.

Va ricordato però che non solo le vittime ma anche gli aggressori hanno un’alta probabilità di esperire un’ampia gamma di problemi psicologici come sintomi depressivi, ideazioni suicidarie e tentativi di suicidio.

Per spiegare il comportamento dei bulli alcuni autori (Doane, Pearson e Kelley, 2014) hanno utilizzato la teoria del comportamento pianificato (TPB dall’inglese Theory of Planned Behavior),ideata da IcekAjzen nel 1991, che consiste nella percezione che un soggetto ha di poter mettere in atto un comportamento voluto e che tale controllo possa influire sull’intenzione di attuare un dato comportamento e sull’effettivo comportamento stesso. Se l’atteggiamento, come scritto dall’autore, riguarda in che modo in senso positivo o negativo la persona valuta i comportamenti, da Olweus (1993) è stato riportato che i bulli hanno spesso un atteggiamento più positivo verso la violenza e un atteggiamento di bassa empatia verso le vittime.  Gli autori, al fine di studiare questi atteggiamenti, hanno somministrato a dei partecipanti la “Cyberbullying Experiences Survey” ideata da Doane,Kelley, Chiang e Padilla nel 2013, che va ad esaminare diversi stili di cyber-bullismo attraverso 20 items su 4 argomenti principali:

  • inganno (ad es. “Hai mai finto di essere qualcun altro mentre parlavi con qualcuno per via elettronica?”);
  • umiliazioni pubbliche (ad es. “Hai mai postato una foto imbarazzante di qualcuno per via elettronica dove altre persone potevano vederlo?”);
  • contatto non ricercato (ad es. “Hai mai mandato una foto pornografica non desiderata a qualcuno elettronicamente?”).
  • cattiveria (ad es. “Hai mai mandato un messaggio volgare per via elettronica a qualcuno?”);

I risultati hanno mostrato che una bassa empatia verso le vittime di cyber-bullismo predice un atteggiamento più favorevole verso il compimento di atti di cyber-bullismo, che un atteggiamento più favorevole nei confronti del cyber-bullismo predice intenzioni più elevate perla messa in atto del cyber-bullismo, e che elevate intenzioni di mettere in atto comportamenti di cyber-bullismo predicono un più frequente compimento di comportamenti di cyber-bullismo.


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La scrittura. Strumento efficace per il benessere dell’anima e del corpo

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La scrittura. Dal punto di vista psicologico, la scrittura fornisce all’uomo la convinzione secondo la quale attraverso di questa può lasciare un segno visibile, garantendo, in un certo senso, la sopravvivenza dei suoi pensieri dentro al foglio di carta, oltre che la possibilità di comunicare concretamente con un’altra persona, anche quando questa si trova a distanze fisiche considerevoli.

Al giorno d’oggi il bisogno di scrivere si mostra ancor più forte del passato, grazie agli ormai diffusissimi social network che permettono di esprimere pubblicamente pensieri ed opinioni, così che Elisabetta Bucciarelli arriva a dire che “mai abbiamo scritto così tanto” (Buccairelli, 2014). Non importa se quello che viene scritto verrà poi pubblicato e acquisterà fama o meno: l’importante buttar giù i pensieri su un foglio, che fa bene da un punto di vista psicofisico, come spiega la psicologa e psicoterapeuta Michela Pavanetto.scrittura

L’aiuto che la scrittura fornisce alla persona non riguarda solo il benessere individuale a livello generico, ma anche specificatamente situazioni di forte stress o traumi: in questi casi, la scrittura può aiutare ad elaborare la sofferenza, attraverso la risoluzione di traumi radicati nel soggetto, aiutandolo inoltre a fronteggiare e gestire vecchi e nuovi sensi di colpa. Elaborando gli eventi traumatici che si sono fossilizzarsi all’interno del cervello come “nodi”, si evita che questi continuino a mantenere le peculiarità emotive e cognitive di trauma.

La dott.ssa Anna Cantagallo suggerisce come “attraverso la scrittura, chi scrive cerca di fronteggiare le possibili difficoltà di gestione delle emozioni, poiché il pensiero viene liberato e trasposto in parole scritte, specialmente per quei pensieri che spesso nascondiamo anche a noi stessi”.

Cosi, la scrittura terapeutica si inserisce come nuova disciplina introspettiva che permette di realizzare una sorta di “autocura” attraverso la sua componente antidepressiva e antistress. I benefici ottenuti tramite questa pratica sono soprattutto psicologici, ma si è potuto vedere quanto la scrittura agisca positivamente sul sistema immunitario attraverso la stimolazione delle difese: attraverso un esperimento su alcuni studenti, lo psicologo James Pennebaker notò che nel gruppo di studenti a cui era stato richiesto di scrivere almeno 20 minuti al giorno per 4 giorni la settimana, rispetto al gruppo di controllo, è stato evidenziato un migliore funzionamento del sistema immunitario.

La scrittura, oltre che rappresentare una “autonoma” pratica terapeutica può essere utilizzata come supporto nella pratica clinica, in particolar modo se affiancata alla terapia farmacologica, grazie al valido aiuto psicologico che offre al paziente, inserendosi così in quella è stata definita come medicina narrativa, ideata da Rita Charon, medico statunitense.

La terapia della scrittura che è stata identificata come maggiormente efficace è quella autobiografica, grazie alla quale il paziente può in un certo modo “auto-analizzarsi” arrivando così a nuove elaborazioni di pensieri intimi e nascosti, collegando ciò che è conscio è ciò che è inconscio. Inoltre, la modalità di scrittura maggiormente suggerita è quella che prevede la scrittura a mano, non quella digitale ormai diffusa, in quanto scrivere a mano rallenta i pensieri e riesce a diventare una forma di meditazione quando viene effettuata tutti i giorni; il corsivo viene preferito allo stampatello, poiché quest’ultimo viene più associato come simile alla scrittura digitale, distante dalla persona, mentre il corsivo sembra riesca ad far esercitare l’autocontrollo e viene indicato infatti anche come trattamento per la dislessia.

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Orientamento spaziale. I deficit delle informazioni spaziali nella vecchiaia

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Orientamento spaziale. Le neuroscienze si sono molto dedicate al senso dell’orientamento spaziale e grazie ad un vasto insieme di ricerche comportamentali e di neuroimaging basate sull’uomo, ci hanno fornito ad oggi una comprensione dettagliata del circuito implicato nella navigazione del cervello scoprendo nuovi sistemi neuronali coinvolti nell’elaborazione delle informazioni spaziali.

La scienza ci dice infatti con certezza che delle cellule che si trovano nella parte inferiore dell’Ippocampo (nella corteccia entorinale) riescono a determinare rispettivamente  la nostra posizione nello spazio e permettono di muoverci in ambienti complessi. Queste cellule da gps biologico, sono state chiamate cellule di posizionamento e cellule griglia.

Ma come sono state scoperte?

Nel 1971 O’Keefe, ricercatore dell’University College di Londra, ha individuato nell’ippocampo del cervello di alcuni ratti liberi di muoversi in una stanza, una cellula nervosa che si attivava quando l’animale si trova in una posizione precisa. Altre cellule si attivavano poi quando si trovava in altri punti della stanza. Queste “cellule di posizionamento” non registrano soltanto un input visivo,ma tracciano una vera e propria mappa “interna” dello spazio circostante.

I coniugi norvegesi May-Britt e Edvard Mosehanno nel 2005 hanno invece scoperto un sistema di cellule nervose, chiamate successivamente “griglia”, che consentono di definire il percorso eil posizionamento preciso nello spazio. Hanno infatti notato che alcune cellule nella corteccia entorinale dei ratti si attivavano quando questi passavano da un punto all’altro dello spazio andando a costruire uno schema di coordinate spaziali che permetteva di guidare il cammino degli animali.orientamento spaziale

Recentemente i ricercatori del German Center for Neurodegenerative Diseases (DZNE) è sorto però un dubbio: “E se un deficit dell’orientamento spaziale potesse essere un predittore valido per la diagnosi di demenza o di altre malattie neurodegenerative?” Per rispondervi hanno compiuto una revisione che (http://www.cell.com/neuron/pdf/S0896-6273(17)30561-5.pdf ) che è stata pubblicata su Neuron, che ha voluto illustrare le evidenze che sono emerse da vari studi su roditori, primati non umani e umani che studiavano come l’invecchiamento cognitivo influenzi i calcoli di navigazione. Incredibilmente hanno capito che deficit in queste aree possono manifestarsi molto prima di altri (come memoria e apprendimento) e riuscire a misurarli potrebbe essere un modo per smascherare prima l’insorgere delle malattie neurodegenerative. “Possono volerci 10 anni dall’inizio della patologia perché emergano risultati anomali nei test cognitivi standard disponibili oggi, 10 anni persi per quanto riguarda il trattamento, soprattutto se dovesse arrivare una terapia efficace- spiega Thomas Wolbers, tra gli autori della ricerca- è il punto in cui la diagnostica basata sulla navigazione potrebbe contribuire, riducendo questo spazio temporale”. Una batteria di test molto specifici analoghi a quelli per la memoria e l’apprendimento potrebbe essere presto disponibile, ma nel frattempo il consiglio degli studiosi è mantenere allenate le aree del cervello che ci consentono di orientarci, specialmente in un’epoca in cui il Gps sembra la soluzione per arrivare in ogni luogo.

Utilizzi molto questa abilità nel tuo lavoro o nei tuoi hobbies preferiti? Sappiamo che per scacchisti, architetti, geometri, etc. le abilità visuo-spaziali sono pane quotidiano e un deficit in queste aree potrebbe essere un brutto colpo che l’età può riservare. In BrainCare offriamo dei test per la valutazione delle abilità visuo-spaziali e dei programmi di stimolazione/riabilitazione sia per persone sane che vogliono migliorare questa abilità che per persone che hanno subito una lesione nelle aree che abbiamo citato nell’articolo. Vieni a trovarci, troveremo la soluzione su misura per te!


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Cancro. Quando la diagnosi aumenta il rischio di suicidio

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Cancro. La comunicazione di una diagnosi di cancro è sempre un evento molto stressante. Può, infatti, aumentare il rischio di suicidio di chi la riceve, nonostante il miglioramento dei tassi di sopravvivenza per molte neoplasie. Un gruppo di ricercatori dello University College of London ha esaminato i dati relativi a oltre 4,7 milioni di pazienti britannici che hanno ricevuto diagnosi di cancro tra il 1995 e il 2015. Dall’analisi dei dati raccolti si evince che il rischio di suicidio è più elevato del 10% rispetto a quello della popolazione generale sana. Quasi 2.500 pazienti con tumore si sono suicidati. Queste morti secondo gli autori, potevano essere evitate. In particolar modo sono stati esaminati i diversi step successivi alla diagnosi data al paziente, facendo attenzione all’aspetto temporale successivo alla diagnosi e alla sua comunicazione.   I dati analizzati riportano che il rischio di suicidio raggiunge il picco nei primi sei mesi dopo la diagnosi del cancro. Quest’ultima, infatti, si rivela fonte di ingente stress e pensieri negativi relativi all’incertezza della vita futura.cancro

Sono stati, inoltre, individuati quattro tumori risultati essere maggiormente influenti sulla psiche del paziente, tanto da condurlo al suicidio. Il dato più elevato riguarda i pazienti con mesotelioma, i quali hanno una probabilità di morire per suicidio 4,5 volte più alta. Seguono i pazienti con tumore del pancreas (3,9), quelli con tumore dell’esofago (2,7), tumore del polmone (2,6), mentre la diagnosi di tumore dello stomaco è risultata legata a un rischio di suicidio 2,2 volte maggiore rispetto alla popolazione generale. Nell’attività clinica, nel caso del paziente oncologico, ha un’importanza notevole il monitoraggio costante dell’umore del paziente. Al contempo è fondamentale un adeguato supporto psicologico, servizio indispensabile non solo per il paziente ma anche per il caregiver. Il trattamento psicologico permette, infatti, al paziente e ai suoi familiari di acquisire gli strumenti necessari per gestire il disagio indotto dalla malattia ed eventuali comportamenti di evitamento relativi a programmi terapeutici o controlli. Se ti trovi in un momento di difficoltà come quello sopracitato e vorresti apprendere tecniche per gestire le emozioni negative tue o dei tuoi familiari, modificare pensieri disfunzionali ed interiorizzare modalità efficaci di problem-solving….  contattaci!

Avremo il piacere di ascoltarti e troveremo assieme la soluzione che maggiormente si addice al tuo momento di difficoltà, soluzione che potrai prospettare anche alle persone a te care.

 


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sclerosi multipla

Sclerosi Multipla. Attività di resistenza per rallentare la malattia

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Sclerosi Multipla. La Sclerosi Multipla (MS) è una patologia neurodegenerativa che causa nel tempo una diminuzione del volume cerebrale dovuta  alla morte dei neuroni. Nello specifico questa malattia causa lesioni alla mielina, guaina che ricopre gli assoni e che permette una più rapida ed efficiente trasmissione dei segnali tra neuroni. A seguito di un danneggiamento alla mielina, i segnali nel sistema nervoso centrale risultano alterati o danneggiati. Ovviamente queste alterazioni si manifestano con una varietà di sintomi che dipendono dalla sede delle lesioni. Le cause della Sclerosi Multipla non sono ancora state comprese a fondo ma si pensa sia una malattia autoimmune: il sistema immunitario attacca i tessuti del proprio organismo scambiandoli per “corpi estranei”.   Queste aggressioni danneggiano il rivestimento mielinico e innescano un meccanismo infiammatorio che porta alla formazione di una cicatrice simile ad una placca (motivo per cui la sclerosi multipla in passato veniva chiamata anche “sclerosi a placche”).sclerosi multipla Ad oggi solo in Italia ne sono colpite 114mila persone con ben 3400 nuovi malati all’anno: questi numeri ci fanno capire che si tratta di un’emergenza sanitaria che costa al nostro Stato 5 miliardi di euro all’anno! In tutto il mondo, infatti, si è compresa la necessità di andare a fondo su questa malattia prestandole le dovute attenzioni sia a livello sanitario, che a livello politico, con lo scopo di tutelare i malati e di trovare nuovi farmaci o cure efficaci.

A tal proposito è stato recentemente portato a termine uno studio (http://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.1177/1352458517722645 ) dai ricercatori dell’Università di Aarhus, in Danimarca, che aveva lo scopo di approfondire i benefici che può portare una costante attività fisica di resistenza sulla degenerazione neuronale. La letteratura infatti suggerisce che attività progressive di resistenza possono efficacemente contrastare l’atrofia cerebrale. Per valutare a quanto ammontavano questi effetti il team ha condotto un trial randomizzato per un totale di 24 settimane su 35 malati di Sclerosi Multipla. Al gruppo sperimentale composto da 18 soggetti hanno fatto fare degli esercizi auto-guidati di attività fisica di resistenza mentre al gruppo di controllo hanno lasciato proseguire il loro stile di vita abituale. I malati venivano sottoposti periodicamente a test clinici per valutare la progressione della malattia oltre a risonanza magnetica (MRI) per valutare carico delle lesioni, volume cerebrale globale, percentuale di cambiamento del volume del cervello e spessore corticale.

I risultati hanno mostrato che  la scala dello stato di disabilità, il carico delle lesioni e il volume globale del cervello non sono stati diversi tra i gruppi  ma sorprendentemente sono state rilevate delle differenze significative nella percentuale di cambiamento del volume del cervello. Risultava infatti un maggiore spessore corticale in ben 19 delle 74 regioni corticali studiate. Nella riproduzione della ricerca è stato confermato che le differenze tra i due gruppi dello spessore delle aree cerebrali riguardava ben 4 aree cerebrali: giro cingolare anteriore, polo temporale, solco orbitale e solco temporale inferiore.

Le attività progressive di resistenza hanno quindi dimostrato indurre un aumento dello spessore corticale: si deduce quindi che non solo hanno un effetto neuro protettivo, ma addirittura neuro rigenerativo nei pazienti affetti da Sclerosi Multipla Recidivante-Remittente (la forma più diffusa di questa patologia).

Anche te soffri di SM e hai voglia di provare nuove cure? Vieni in BrainCare! Potrai seguire un percorso fisioterapico specializzato che può migliorare il decorso della tua malattia oltre che un sostegno psicologico e una consulenza neurologica e fisiatrica. Inoltre se vuoi scoprire se hai predisposizione genetica allo sviluppo della malattia,  nella nostra clinica offriamo l’analisi genomica  per la mappatura del DNA. Ti aspettiamo!


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